sabato 6 settembre 2008

LA PELLE DELLA MODA: GLI ANNI OTTANTA. LA MESSA IN SCENA DEL CORPO.

La volgarità non è tanto un’apparenza fisica

ma quanto un atteggiamento morale.”

Jean Paul Gaultier


Dopo la fine dei movimenti ugualitari – giovanile, studentesco, sindacale, femminista, ecc.- che in tutti gli ambiti avevano allentato le istanze di differenziazione sociale e personale, si assiste al ritorno prepotente del bisogno di ristabilire le distanze nell’attività quotidiana, nella cultura, nella professionalità e anche nel nuovo modo di vestire, dove dopo il livellamento del casual e delle divise adatte per tutte le occasioni, si verifica un progressivo ritorno delle differenze nell’abbigliamento per le varie funzioni.
La segmentazione sempre più ampia di gruppi generazionali, ideologici, professionali, di status, in parallelo porta ad un ampliamento delle varianti vestimentarie relative ai nuovi ruoli che si è chiamati ad interpretare.
All’interno del sistema delle relazioni sociali ciascun ruolo assolve ad una funzione ben precisa, che non può essere confusa e quindi richiede anche un ‘costume’, un abbigliamento appropriato. Infatti oltre ad un desiderio sempre più impellente di differenziazione personale da parte dei consumatori, si riscontra anche una maggiore richiesta di varianti vestimentarie per le nuove funzioni che emergono: ad esempio la pratica degli sports a livello di massa ha contribuito all’istituirsi di nuovi abbigliamenti che sono entrati di prepotenza nel circolo instabile delle oscillazioni della moda e spesso hanno sconfinato nei territori vestimentari contigui, influenzandoli e condizionandoli nelle fogge e nei colori.
Gli stilisti degli anni Ottanta adottano un atteggiamento meno passionale, più freddo e distaccato verso i mezzi e i materiali offerti dalla tecnologia, tentando di compiere una sintesi tra sperimentalismo sfrenato e tradizione. Si passa dal sughero alla pelle d’anguilla, dalle superfici interamente coperte di specchietti di plastica ai plissè in tessuto argentati.
A dimostrazione dell’impossibilità di definire un’unica tendenza in questo decennio, dato che la moda a partire dal 1983 diviene sempre più eclettica, è l’esplosione di una diaspora di correnti diversissime l’una dall’altra.
Vengono rivisitati i tailleurs stile Courrèges e Chanel in maglia profilata e minigonne aderenti, i capelli cotonati e le parrucche colorate, le catene, i monili e gli accessori borghesi che scimmiottano, con humor e ironia, lo ‘chic bene’ delle signore.
Assieme all’ondata rivitalizzante di colori puri e violenti mescolati a tre o a quattro, a un esplosione di stampati coloratissimi che spaziano dai rimandi dell’arte al paesaggio esotico, dall’elettronica all’etnico-primitivo e al kitsch, permangono ancora il non colore del bianco e del blu, del bianco e del nero, dei grigi.
Ma a conferma dell’eclettismo della moda di questi anni, assieme alle linee ipersofisticate di derivazione Couture, troviamo anche gli spolverini svolazzanti, i cabans ampi in tessuti fluidi e cadenti, le gonne a ruota lunghe quasi alla caviglia, strizzate in vita e indossate su shorts o bermuda, portate con un giubbotto nero di pelle, come quello di Moschino. Quest’ultimo, difatti, fa dell’ eclettismo e dell’assemblaggio la filosofia del suo stile, dimostrando che è possibile essere attuali, proprio mescolando con fantasia e ironia capi dissimili per stile e provenienza, attinti dal patrimonio vestimentario come da “un enorme armadio che racchiude i costumi di teatro e di vita di tutti i popoli di tutta la storia”. Inoltre su Vogue si legge: “ La ribellione al buon gusto ha fatto il suo tempo, si cercano nuove armonie più che disarmonie provocatorie. Invece di frantumare il concetto di stile con facili mescolanze, si tende a creare uno stile nuovo dove tutti gli elementi sono orchestrati.”
Due sono le tendenze principali in cui suddividere la moda: una, dalla silhoutte netta e modernamente sexy, con abiti costruiti rispettando le regole dell’abbigliamento formale che puntano l’accento sulla vita e sulle spalle, giocando con toni di colori scuri e decisi, in fantasie grafiche dai forti contrasti. L’altra, invece, dalla silhoutte più esile, fragile, sommessa e pervasa da un’ aria adolescenziale, con spalle spioventi, spoglia di ornamenti, caratterizzata da linee semplificate al massimo e vagamente informale nell’abbinamento dei capi, come ad esempio il pullover lungo su una gonna da sera, o il cardigan di maglia sull’abito essenziale e castigato, in toni cupi e polverosi, rappresentata dalla nuova guardia degli stilisti fra cui Romeo Gigli e Pietro Pianforini.

Ma se qualità come l’eccesso, la dismisura, l’accumulo, il polimorfismo eclettico, l’instabilità, la perdita di interezza ci permettono di definire la moda di questo decennio, non si deve tralasciare un’altra componente presente in molte tendenze: la propensione all’artificio, all’inautentico, al falso. Ciò si esplica sia nell’uso di materiali sintetici – finto rettile, finta pelle, finta pelliccia, tessuti elasticizzati o interamente ricoperti da scaglie di paillettes, pendagli e decorazioni in plastica, accessori in plexiglas o in finto metallo…- sia nella dichiarata teatralità, nel compiacimento per l’artificio scenico e per la rappresentazione espressi da molti look che, come consapevoli replicanti usciti da un laboratorio di biogenetica, creano atmosfere falsamente orientaleggianti, naturalistiche, anni Sessanta, Settanta, neobarocche, ecc..
Gli anni Ottanta sono gli anni dei paradossi e dei contrasti. Tutto scorre, tutto è possibile.
Nella moda, un eccezionale generazione di stilisti talentuosi si coniugano in questo periodo di estensione creativa e auto-affermazione: Azzedine Alaia, Gianni Versace, Claude Montana, Thierry Mugler e Jean Paul Gaultier.
La gracile e androgina Jane Birkin, la forma scolpita del fisico - messa in mostra da ore e ore di estenuanti esercizi fisici come il body building e l’ aerobica - l’epoca dei materiali e dei vestiti stretch, elastici, dei costumi da bagno, body e fuseaux: tutto ciò manifestano quello che è l’era degli effimeri. Dopo la tetra offuscazione degli anni Settanta, riappaiono nei guardaroba abiti strutturati, ricercati, segnati da imbottiture come alle spalle.
Gli abiti sembrano pennellati addosso come una seconda pelle, sono in maglina leggera, in pelle coloratissima, tipo a suggerire delle guaine, e hanno inserti di organza trasparente, scollature, nodi e drappeggi anatomici che fanno risaltare le curve.
“Vestire per uccidere, per sconvolgere” divennero le parole d’ordine per le donne manager affermate nei loro “tailleur autoritari”, il cosiddetto ‘power dress’ dai tacchi stiletto.
La descrizione della conquista al femminile viene dichiarata su un numero di Elle dall’estate del 1985: “E’ una combattente che le piace sedurre e provocare, una dinamica che non perde mai di vista la sua meta. I vestiti sono per essa una armatura proteggendo la sua reputazione e dandole la forza di superare se stessa. Appare come una superwoman: pelle, pellicce, tessuti luccicanti, brillanti, vestiti e pantaloni super attillati, tutto è obbligatorio per la nuova amazzone. E i colori? Contrastanti, abbaglianti, lucenti e violenti.”
Rivestendo ermeticamente una silhouette snella e muscolosa, la pelle diventa un obbligo, un must, nell’abbigliamento di queste donne “guerriere” lanciando una vera e propria sfida contro il tempo. La cosa che importava era avere un look, come cantava Roxette, e pavoneggiare nei locali di Parigi, di Londra e di Milano.
Si deve sorprendere, sorprendere se stessi. Teste rasate, pelle di leopardo ultra trendy, pantaloni over con numerose tasche, vetro e gabardine, collari per cani, collane dai diamanti artificiali.
Il pioniere dello stile spaziale dei primi anni Sessanta, Pierre Cardin, reinventa i nuovi guardiani del futuro con delle giacche e trench in pelle nera con maniche pagoda; giacche con collari, spalline scavate come crateri e magliette a giromaniche.
Paco Rabanne, invece, continuava i suoi esperimenti sui materiali, includendo la maglina fatta di pelle dorata, fissando pelli multicolorate con il metallo. Inoltre ricamò in metallo una pelle di daino sovrapposta con del tulle.
La pelle non era mai stata così lavorata in un immagine eccessiva e oltraggiosa.
Ma le grandi trasformazioni nell’abbigliamento si hanno con il fashion designer Claude Montana, giovane rivoluzionario che scoprì la lavorazione della pelle e delle sue tecniche. E’ stato sempre un appassionato di questa materia, divenendo un vero alchimista. Strutture di stoffe leggere o pelle grossa modellano un’eroina galattica dalle spalle larghe, fianchi stretti e dai gesti robotizzanti, sapendo imporre i suoi tagli aggressivi.
Ispirato da colori forti e vivaci, nei suoi lavori non mancano i colori sabbiosi, del nero, del rosso etrusco e di tutti i toni metallici che vengono associati con i nobili materiali come il cashmire, la pelle o la seta.I modelli più esagerati partono dai pantaloni strizzati in vita in pelle d’agnello, ai giacchetti smanicati di pelle nera con catene agganciate alle spalline, e per finire i cappelli. Questo look, ribattezzato da “facchino notturno”, scioccò la stampa che ci trovava un allusione al nazismo.
“Ava Gardner, Lauren Bacall, Holliwood e il glamour. Una donna che veste per essere ammessa.” Così ribadiva Claude Montana.
Per l’uomo invece non ci sono delle grandi novità: pantaloni in pelle o jeans, stivali in pelle di lucertola e il giacchetto da motociclista.
Il materiale preferito da Montana era indubbiamente la pelle d’agnello di eccellente qualità, che combina notevolmente una sensazione di morbidezza con una eguale durabilità e resistenza.
“La pelle per me è un materiale che va al di là nel tempo, mentre le stoffe stampate appartengono al momento” dichiarò Montana, il primo designer della Mac Douglas, con la quale ha collaborato dal 1971 prima di lanciare un proprio marchio sette anni più tardi.
La vita alta accentuata e il collare da pellicano posto intorno al viso, attraverso le loro proporzioni equilibrate, rievocano un ideale classico. Tipico di questi anni appariscenti, con la loro eccessiva teatralità, erano i boleri ornati da borchie sopra a dei pantaloni a frange. Inoltre troviamo anche un completo di pelle nera con un mantello rosso sangue –simile a quello di Dracula- guanti lunghi, corsetti e biancheria a vista e la giacca di pelle nera con le maniche squarciate.
“Il taglio e la misura non sono importanti. Quello che conta è la spalla, che è il punto in cui i vestiti scendono, si animano. Tutto parte da qui.” Così dichiarò Montana che si introdusse nella moda nei tardi anni sessanta producendo dapprima gioielli di carta in Inghilterra.
Alcune volte, ha tentato di lavorare con cinque tipi di tagli per un solo capo, come per esempio il bolero in pelle di vitello.
“Negli anni ’80 pensavo che tutto era possibile, ma c’era un incredibile dicktat imposto dal mercato” spiega ancora Montana, il quale successivamente fu scelto per creare una collezione da Lanvin.
Non di meno il leggendario fotografo Helmut Newton volle catturare al meglio più di chiunque altro la carica erotica e la nobile disinvoltura delle sue creazioni che erano del tutto seduttive e provocanti.

Claude Montana: uno dei giovani creatori che ha saputo imporre i suoi tagli aggressivi e seducenti

Un altro designer che ha esplorato la finzione hollywoodiana è Thierry Mugler, che si imbarcò sulle onde della moda dal 1974, prima di essere stato un ballerino all’Opera di Strasburgo.
“Concepisco una collezione nelle forme del corpo e dell’architettura. Tutto inizia dal corpo vivente, dalla donna, da cui l’aspetto scultoreo fluisce direttamente da questo punto di partenza”- spiega lo stilista.
Mugler proiettava un’immagine più giovanile, audace, dall’esplicito richiamo sessuale, con abiti fascianti che mettevano in risalto il corpo, talvolta con tocchi di feticismo espressi con i corsetti e le chiusure con i lacci. Una silhoutte iperstrutturata.
Thierry volle aprire nuovi orizzonti nella lavorazione e creazioni della pelle.
Le sue donne sembravano inavvicinabili: donne insetto, donne serpenti, dominatrici futuristiche e sirene. La pelle divenne parte di ogni tipo di metamorfosi, dall’abito “Bora Boa” in pitone laccato del 1983 alla collezione “African Summer” del 1988 creata con pelle di agnello e coccodrillo naturale, e alla collezione battezzata “Russian Winter” (1986-87), una creazione di abiti in pelle color bronzo, trapunte da stelle color blu-ghiaccio, le quali più tardi diventeranno il simbolo del profumo Angel.
Dalle colonne della Bastiglia al fiume Niger attraversato da iceberg, lo stilista presentò i suoi abiti in posti commisurati alle sue capacità: una miscela esplosiva che dà vita nel fervore di sfilate dalle sensazioni forti.
Le grandi spalline ingrandivano la figura, come su un giacchetto bomber con la chiusura zip trasversale nella collezione “Aviatrex Winter”dell’87-88, o sui giacchetti ispirati dalle uniforme spaziali e dagli schermi psichedelici.
Per le donne alla moda creò dei giubbotti da motociclista corti e borchiati oppure giacchetti multi-colori trapuntati in pelle.

Collezione African Summer, Thierry Mugler 1988

Per l’uomo, invece, Mugler realizzò camice e pantaloni imbottiti che ridefiniscono i corpi scultorei e muscolosi, abiti fatti per lui da Charles Kupermink, che ha lavorato con Mugler per trenta anni collaborando anche con Azzedine Alaia e recentemente con Jean Paul Gaultier. Nel suo piccolo laboratorio in via Du Temple a Parigi, Kupermink non ha mai smesso di tagliare, di sacrificare, di torturare la pelle rendendola morbida, dura, liscia, opaca, trasparente, lucida: in somma di adattarla in qualsiasi modo.

“L’humor è senza tempo, universale. Ne ho bisogno per vivere, come dell’acqua, dell’amore e del sale..” Thierry Mugler: a sinistra creazione ispirata al mondo delle motociclette con tanto di specchietti, manubrio, fari e porta-bibite alla gamba come giarlettiera; a destra una giacca futurista nella collezione “Infernal” ‘88/89

Ma la genialità e la bravura nel tagliare e adattare la pelle è stata del grande mito italiano Gianni Versace. Fu lui che, insieme a Karl Lagerfeld, introdusse la moda nel regno dell’industria dello spettacolo, nutrendo il fenomeno delle super top model con il loro sbalorditivo compendio.
Un innovatore nella lavorazione della pelle, Versave incominciò verso la fine degli anni settanta con dei spettacolari vestiti ultra-aderenti, fatti di zip, borchie, ricami e perline.
Alla fine degli anni Settanta, produsse gli stessi pantaloni in pelle nera per la sorella Donatella, a Diana Vreeland la direttrice di Vogue America nei suoi settanta anni di vecchiaia. Osservando lo straordinario fascino della Veerland in un abito di pelle, Gianni Versace scrisse:
“Non dobbiamo mai immaginare che una donna anziana non riesca a indossare certe cose. Questo ricordo non fa altro che accrescere il mio amore verso la pelle più di prima, che è uno dei miei materiali preferiti in assoluto”.
Borchiata, sgualcita, spiegazzata, goffrata o dorata, miscelata con il tweed o con una cotta di maglia, la pelle si presta a qualsiasi esperimento e trasformazione venendo sempre più usata in diversi modi. Nel 1991, Versace ricama la pelle con le Madonne e croci Bizantine creando delle giacche e degli abitini sensazionali, un incrocio tra le Crociate e il film The Wild One.
Questi poi furono riportati di nuovo nella ultima collezione del Luglio 1997, presentata al Ritz di Parigi a pochi giorni prima del suo assassinio nella villa di Miami.
Provocando, sfidando le consuetudini, riscrisse i codici del Sado-Machismo a vantaggio dell’alta moda con abiti adornati da corde, stivali alla coscia e top aderentissimi.
Una delle sue spettacolari creazioni fu abito-cappotto della collezione del 1992, fatto di pelle ma imbottito come una giacca di piuma che riprende, a sua volta, una giacca creata da Charles James nel 1937.
Un maestro nel tagliare , Versace diede alla pelle, ciò che era evidentemente ingombrante e impacciante, un aspetto sofisticato come ad esempio fu la giacca fatta da milioni di borchie dorate che a prima impatto poteva sembrare pesate. Con lui, il troppo non era mai abbastanza.
Non di meno Gianni ha contribuito all’emancipazione del guardaroba maschile, introducendo pantaloni in pelle con giacche colorate usate come abiti da sera, ricamati del tutto, imbottiti e frangiati, in una mescolanza di pelle e gomma. In più creò camice da motociclista in pelle nera indossate sotto a un abito a coda di rondine di crepe di lana.
In un panorama che spesso ricicla materiali e forme del passato, spiccano alcune proposte che riescono a coniugare sapientemente tradizione e novità, senza cadere nella banalità del revival retrò. Un esempio sono i lucidi trenches di Versace indossati su tailleurs classici, i blusons in pelle e i completi di vigogna grigia illuminate da fodere di raso che creano un contrasto opaco/lucido molto prezioso e ricercato.

Dall’alto a sinistra: spalle ampie e vita stretta nel look dei giubbotti in pelle nera della collezione inverno ‘84/’85; a destra Claudia Schiffer in un completo cowgirl: pantaloni in pelle con ricami in oro e giacca in pelle a frangie; sotto uno spettacolare cappotto-vestito in pelle imbottita e trapuntata con inserti di borchie dorate. Tutto Gianni Versace

Sono coinvolte molte proposte, molti tessuti e molta pelle la quale Versace utilizza per linearissime giacche guru in nappa rossa abbinate a pantaloni dal taglio orientale.
C’è anche Gianfranco Ferrè che riprende le linee più essenziali e rigorose per sottolineare le nuove strutture dei capi in pelle e lo stesso Armani che si lascia prendere la mano, le cui innovazioni di maggior rilievo sono i completi di pelle che riprendono, in modo stilizzato, i motivi trapuntati, le lavorazioni a listarelle e a nido d’ape.

Giacca e bermuda in pelle tabacco e blu indaco, Giorgio Armani collezione autunno-inverno ‘81/’82

L’alta moda delle motocicliste fa la sua entrata anche nella maison Chanel, in cui Karl Lagerfeld fu nominato nel 1983 direttore artistico. Nella sua prima collezione, mostra una versione del tutto particolare in pelle nera del famosissimo tailleur creato da Mademoiselle Coco , il quale fu anche reinterpretato pochi anni prima dal suo predecessore Philippe Guibourgè.
Tutte le tradizionali creazioni della maison Chanel, furono rienterpretate in pelle, come ad esempio la minigonna nera in pelle scamosciata, ispirata alla famosa borsa trapuntata, con piccole catene dorate, che fu indossata da Inès de la Fressange alla collezione invernale del 1986.
Nella campagna pubblicitaria di una collezione, messa in scena da Peter Lindbergh, le super star delle passerelle, come Claudia Schiffer, Naomi Campbell e Cindy Crawford, posarono in stivali da motociclisti, berretti e giacchetti trapuntati in pelle nera, ispirati ai film di Marlon Brando e alla sua banda di ribelli. Lagerfeld tuttavia portò insieme mondi che erano stati precedentemente diversi l’uno dall’altro, contrastando la tradizionale giacca di tweed con i bottoni dorati ai pantaloni aderenti in pelle.










Perfettamente proporzionati, i vestiti di Azzedine Alaia sono dei veri e propri capolavori mozzafiato. L’influenza della moda anatomica di Azzedine, modella il corpo esaltandone i punti focali con abiti altamente erotizzanti seguendo le naturali linee del corpo . Le scollature banali sono bandite sia dagli abiti che dalle T-shirt, che sono tagliate sotto il seno e scoprono la pancia, hanno aperture ad oblò sulla schiena e sui fianchi, o fenditure, tagli e zips che si aprono a sorpresa nei punti più impensabili, rievocando le mitiche donne dei fumetti di fantascienza e le spavalde Barbarelle degli anni Sessanta.
“Anche con un abbigliamento solido, si deve dimostrare che esiste un corpo.. Amo la pelle, perchè è dura, pretenziosa, e attuale” commentò Alaia.
Inoltre, per la collezione del 1981, il creativo dichiarò:
“L’abito da giorno realizzato di pelle di agnello si incarna nello spirito di Arletty, attrice che personifica perfettamente lo chic parigino. Non ci sono molti accessori. Soltanto l’abito e il guanto.. Adoro la mascolinità, l’aspetto rozzo della pelle che si combina con la femminilità, il mix delle cose quotidiane con la fragilità dell’individuo.”
I suoi famosissimi abiti furono chiaramente celebrati da tutte le riviste femminili di moda come Elle, Vogue, Marie-Clare, e il magazine Express Woman che chiamò una delle sue creazioni “La Wonder Woman in un completo di pelle nera”.
Su un numero di Elle del 1981, Francine Vormès scrisse: “La collezione di Azzedine gioca sulle ambiguità del maschile\femminile, della durezza\morbidezza, della rigidità\flessibilità. Le spalle sono rinforzate per un maggior comfort e libertà di movimenti, la vita è marcata, stretta; le gonne diritte sono attillate, non intralciando il portamento ma prestano un orgoglioso, superbo ed energetico look nel dare un’immediata spensieratezza e sensualità.”
Inoltre ancora su un numero di Marie-Clare del 1983-1984 si legge:
“Per l’inverno, Azzedine Alaia è riuscito a sposare gli estremi. Nelle sue linee fragili, lo stilista opprime la donna in pesanti cappotti, solidi e quadrati, dalla lunghezza tre-quarti in pelle di pecora, in cappotti di lana, giacche di pelle foderati di lana, e modelli da motociclisti corti di pelle grossa.”
Nel gennaio del 1983, Fanny Ardant, che fu poi ripresa in un film di Francois Truffaut, posò sulla copertina del magazine Elle in un completo di pelle creato da Alzzedine Alaia. E’ stato l’uomo che ha scoperto Naomi Campbell all’età di quattordici anni e che ha vestito star internazionali dal calibro di Paloma Picasso, Cher, Grace Jones e Tina Turner.
“Il mio lavoro consiste nel seguire e nel riscoprire il corpo. Trovo un posto giusto per le spalline provando l’osso qui e qui. Stringo e piego, tiro in modo tale così che la materia prenda forma sul corpo. Il mio piacere risiede nel salvare la bellezza”.
La magia dei suoi abiti è che, pur essendo sexy, non sono mai esibizionisti: anzi spesso risultano sacri.

La pelle e la maglia sono i materiali preferiti di Alaia, forse per la natura opposta della loro peculiarità: la maglia morbida e cedevole, la pelle struttiva e robusta. Questi estremismi sono tipici del suo stile: trovare armonie nei contrasti è per Alaia un modo per far esprimere le donne.
Una delle sue invenzioni è stata la trasformazione della maglieria in armatura dal taglio traliccio ‘moucharabieh’ – una pelle simile al pizzo intrecciato con disegni presi di ispirazione dalle moschee del Marocco .
Tra le sue spettacolari creazioni troviamo il famosissimo abito zingara, adottato nel 1994 da Jean-Paul Goude per l’esposizione “Moda Gitana” al Louvre. Ma troviamo anche creazioni sexy e provocanti ad esempio le reti come vestiti, corsetti in forme diaboliche, abiti guepière in pelle nera.
Alaia inoltre rienterpretò il classico, come le giacche degli aviatori in pelle foderato di lana. Creò anche una giacca asimmetrica in pelle rossa con delle croci e zip di metallo, indossato da Veronica Webb su una copertina di Elle del 1986.

Azzedine Alaia con modelli aderenti e avvolgenti dallo scoperto richiamo sessuale. A sinistra abito rivelatore per le aperture sui fianchi legate da lacci, appartiene alla collezione primavera-estate 1986; a destra: una gonna perfettamente modellata collezione estate 1992

Le donne dal corpo snello e agile, come quello della modella nord africana dai capelli e dalle labbra rosse di Farida Khelfa, divennero l’emblema di questi anni. Per Jean Paul Gaultier, Farida fu la parigina dei parigini. “Non ha niente a che fare con la borghesia, era la ragazza della classe operaia del quartiere Arabo”- così la definì il creativo francese.
Il basco in pelle indossato con una giacca dai bordi increspati, la pelle dorata sul modello Perfecto, giacche stampate in motivi di palloni da calcio, Gaultier accoppiava, metteva insieme familiari fonti di ispirazione con eccentrici tagli.
Rifiutando di separare in modo netto le collezioni femminili da quelle maschili, abbigliò l’Homme Fatale, l’uomo tutto muscoli, facendolo assumere come atto di seduzione e parte dell’oggetto sessuale, in gonne o in giubottini borchiati Perfecto in pelle e metallo.
”L’ironia è una delle mie forze motrici. Amo in modo ambizioso affermare le mie idee, demolire lo chic, gli abiti conservatori e alla stessa maniera nobilitare gli abiti volgari, kitch”.
Battezzato fin dalla sua apparizione “l’enfant terrible de la mode” Jean-Paul Gaultier resterà sempre legato a quell’immagine sovversiva che, scioccante e innocente al tempo stesso, fa di lui il più alternativo dei grandi creatori di successo. Nessuno meglio di lui ha incarnato l’estetica, gli atteggiamenti, i desideri e l’ambiguità di un’intera gioventù.
Fu alla vigilia di questo decennio degli eccessi che Jean-Claude Jitrois si lanciò nel mondo della moda facendo della pelle la sua firma.
La sua specialità è proprio la pelle, al tal punto da creare nel 1993 un tipo del tutto innovativo: la pelle stretch, una combinazione tra pelle e tessuto stretch elastico.
Creatore di moda conosciuto a livello mondiale, gioca con la materia e diversifica le sue creazioni senza mai perdere la mano.
“Ho creato una pelle che unita al quella del corpo, dà un incredibile sensazione di fiducia in se stessi”così racconta Jitrois.
Il corpo delle modelle, allungati e rimodellati, rappresentano l’elasticità e la flessibilità dei vestiti: la parte superiore rivestita da strisce di pelle, in pitone o coccodrillo, viene assemblato su una canottiera di tulle. Jean Claude Jitrois vede di adattare le sue foggie anatomiche nella pelle stretch, per dare l’illusione di aver perso qualche taglia.
“Questi pantaloni sono delle anti-protesi, sono la pelle di un movimento”, dichiarò riferendosi alla sua Pelle Jean, una pelle blu con la caratteristica di aumentare la luce del colore progressivamente con i movimenti delle gambe, causati della presenza del cotone colorato di Lycra.
Il padre, ufficiale dell’esercito e il suo giubbotto profumato, hanno influenzato fortemente su Jitrois, come è stata la figura di Gary Cooper nel film “For Whom the Bell Tolls”.
Gli uomini muscolosi del grande schermo come Arnold Schwarzenegger, Dolph Lundgren, Sylvester Stallone, sono stati tutti fans delle creazioni in pelle di coccodrillo e di pitone di Jitrois. Brigitte Nielsen, ex moglie di Stallone, è stata la sua musa ispiratrice negli anni Ottanta e posò per vari scatti fotografici, come ad esempio indossando un abito rosso di pelle di agnello.
Inoltre Jitrois avrebbe creato quasi trecento pezzi per Elton John, includendo il giacchetto da motociclista color porpora ricamato con monocoli d’argento e un altro ricamato con papaveri. Mentre Johnny Halliday, un altro rockettaro amante della pelle, aveva commissionato a Jitrois circa cinquecento pezzi sia per gli spettacoli che per la vita privata.



Alcune delle creazioni in pelle di Jean-Claude Jitrois

Ma il fenomeno del decennio fu Chevignon, trionfando per circa dieci anni con le giacche degli aviatori in pelle invecchiata.
In Francia alla fine degli anni Settanta, in una zona vicino Avignone, un gruppo di amici apre il negozio di abbigliamento americano vintage con l’intenzione di ricercare il lifestyle cool della California. Ed è lì che nel 1979, Guy Azoulay, un ragazzo appena ventenne, taglia il suo primo blouson da una pezza di pelle invecchiata che con l’aiuto dei conciatori di Mazamet, sviluppò questo processo accelerato di invecchiamento, che chiamerà per l’appunto ‘pelle antica’ per poi fondare l’azienda Charles Chevignon.
Ma è nel 1981 che Azoulay, stilista e direttore generale della Chevignon, inizia un vero e proprio lancio commerciale del suo ormai famoso giubbotto in pelle invecchiata. Alla collezione pret-à-porter i buyers piombarono tutti sulle giacche in pelle. Tutti adottarono questo nuovo e conteso oggetto: la cantante Withney Houston, l’attrice Sophie Marceau, la Principessa Stephanie di Monaco: tant’è che a una festa all’Elyèe Matignon le persone avrebbero soffocato dal caldo pur di restare nelle loro giacche di pelle.
Il successo è immediato e in meno di due anni la società quadruplica il fatturato e il blouson Chevignon in pelle diventa un emblema mitico tra i giovani francesi che si riconoscono nell’american dream.
“Lo spirito di Chevignon ha a che fare con il gusto dell’autenticità, nel ripristinare le cose vecchie. Questo diventa un nuovo classico. I più piccoli dettagli aiutano a far crescere il mito” spiega Azoulay.
Il successo fu incredibile, tant’è che nelle scuole i bulli derubavano gli altri ragazzi per le loro giacche nere Chevignon.
Su un numero di GAP del gennaio 1983 si legge a riguardo: “ Giubbotti foderati di pelliccia, giubbotti da aviatori, guanti di pelle, felpe a tessuto Fair Isle (fantasia intrecciata per gli indumenti in lana) capotti degli anni Cinquanta..I ragazzi non fanno alcuna differenziazione specialmente se sono confortevoli, di due taglie più grandi piuttosto che una: i loro vestiti non hanno niente di convenzionale o conformista..l’unica cosa che cattura e che stupisce nelle strade è la pelle antica.”
Le destinazioni favorite a livello di abbigliamento per i ragazzi di questi anni erano Chevignon, Chipie, Liberto, Creeks&Jess e i mercati delle pulci a Vanves e Montreuil in Francia.
La pelle mania degli anni Ottanta incentivava numerosi brand alla ribalta come ad esempio Japa Jacky e Patrick Rubenstain che si lanciarono sul carrozzone della moda. Alla parallela di Rue de la Paix, a Parigi, offrivano il ‘Graffin Jacket’, giacchetto pieno di tasche, cinghie e fibbie nello spirito post-apocalittico.
Inoltre sempre a Parigi Gerard Saint-Albin nella sua boutique faceva a maglia pullover e vestiti di camoscio. Ma i modelli più inventivi si potevano vedere nella boutique di Marithè et François Girbaud che in quel periodo distribuivano il loro marchio Compagnie des Montagnes et des forets (la compagnia delle montagne e delle foreste).
In questi anni di assoluta stravaganza, il bomberino degli aviatori fu al top delle classifiche. L’azienda Avirex produceva il famoso giacchetto di pelle a toppe invecchiato indossato da Kelly McGills e Tom Cruise nel film ‘Top Gun’.
Fondata nel 1975 il brand ha anche disegnato le giacche per il film ‘The right stuff’ con Sam Shepard. Anche i presidenti americani come Ronald Reagan e George H.W.Bush indossarono il giubbotto dell’Avirex nel loro tempo libero, dando ancor di più quel simbolismo del lifestyle americano.
Accanto al famoso giubbotto degli aviatori in pelle d’agnello, uno dei più venduti fu il giubbotto ideato dalla Mac Douglas preso da ispirazione dal modello della polizia svedese in pelle di agnello molto resistente.
Alla Mac Douglas, il colosso dei giubbotti in pelle e di quelli imbottiti di pelliccia, c’era una preferenza per la pelle invecchiata dal look piacevolmente avventuroso. La pelle veniva puntualmente asciugata per otto ore in delle botti con pietre pomici oppure veniva strofinata con tappi di sughero per ottenere un effetto morbido e delicato. Inoltre era cosparsa o con della cera delle candele o con un miscuglio di oli e cera d’api, oppure imbevuta in cera di paraffina.
La compagnia arruolò Anne-Marie Beretta, poi Claude Montana che ha acquisito in questa azienda la sua fama.
I giubbotti con i colletti rivolti verso l’alto, i vestiti con la doppia fila di bottoni, cappotti con maniche pipistrello e pantaloni da sci: tutto era fatto di pelle con collezioni che variavano in 700 stili diversi.
Ribelle ma non troppo, la pelle impose il suo autorevole look nel guardaroba di questi anni “d’oro”. Il giacchetto nero di pelle, le Doc Martens, simboli di rivolta dell’agitazione giovanile degli anni Sessanta, divennero di moda come la giacca di pelle invecchiata che Harrison Ford indossa in Indiana Jones, divenendo un classico. Inoltre anche il Perfecto riemerge con una moltitudine di zip e stringhe.
La differenza con gli anni Sessanta è il fatto che l’abbigliamento in pelle non spaventa più nessuno. Anzi, al contrario, diviene un emulazione, un must da parte di tutti. Dai giacchetti neri simbolo dei gruppi violenti, si è passati ai giacchetti neri alla moda, un oggetto cult del guardaroba contemporaneo.

Indossato come una giacca da sera, il vero Perfecto abbinato a jeans e bandana annodata alla nuca adornava le star che frequentavano i locali in di Parigi. Da Samantha Fox a George Michael, le superstar internazionali adottarono questo look da rocker. Anche Annie Lennox e Dave Stewart degli Eurythmics indossavano sul palcoscenico una redingote e dei pantaloni di pelle borchiati creati da uno stilista americano, Matthew Bixler.
Gli anni Ottanta sono anche gli anni del divismo, personificati da personaggi carismatici, quali Madonna e Michael Jackson, il quale pavoneggiava nel suo completo di pelle, caratterizzato dai pantaloni sopra alla caviglia nel suo primissimo video musicale “Billy Jean”, mentre si mostra come uno zombie in “Thriller” vestito con una giacca in pelle rossa.
L’infaticabile icona di un’intera generazione, Madonna, invece ha femminilizzato il giacchetto nero portato con gonne e mezzi guanti a rete.
La forza di Madonna consiste nel saper essere specchio del pubblico, immagine idealizzata del nostro tempo. L’azione tambureggiante ed ossessiva dei media, applicata da un look efficace, è formula vincente per la creazione di un mito. Madonna ha bisogno di trasgredire, di scandalizzare mettendo a nudo il sacro e il profano, l’ambiguità, il sesso (attraverso anche il libro “SEX” scattato dal famosissimo fotografo Steven Meisel). Nemmeno nel campo dell’abbigliamento esita a compiere le più incredibili scelte e performance. Madonna aggiunge il sesso mescolandovi liberamente rosari e croci, perle e catene, decolletès profondi, top di pizzo traforati per un sexy che mette in evidenza i reggiseni scuri, pantacalze aderentissimi, mezzi guanti di pizzo o di pelle e un’ incredibile serie di bracciali dove pelle, cuoio, metallo e strass divengono il proseguio del discorso sexy mescolato al sado-masochismo. E’ un abbigliarsi contro ogni regola, un cocktail di nude-look e superaccessoriato indossato trasgressivamente contro ogni regola del bon ton, con tale sovrabbondanza di elementi da apparire la nuova linea e informare tutta una moda giovane.

Madonna nel periodo “Like a virgin”indossa mezzi guanti a rete e crocifissi con il giubbotto nero in pelle; 1985



LA PELLE DELLA MODA: GLI ANNI SETTANTA. L'ELOGIO ALLA NATURA.

“E’ proibito proibire".

Pacifici, capelloni, desiderosi di instaurare un nuovo rapporto con la natura: i figli dei fiori rappresentavano il volto mite ed incantato del movimento underground. La non violenza e il pacifismo erano gli obiettivi primari dei giovani hippies che riuscirono a conquistare numerose simpatie, anche presso settori della cultura dominante, come la moda, con la complicità della tragedia vietnamita, la cui escalation di sangue cominciava a preoccupare un numero crescente di persone.
Identificati sia attraverso stampe psichedeliche che a un movimento di ritorno alla natura primordiale, le anti-mode della strada cercavano di eliminare gli eccessi futuristici creati negli anni precedenti. Attraverso il flower power, lo stile pop cede il passo alla cultura hippie. Questa volta si tratta di una rivoluzione bella e buona, le cui esperienze daranno vita a un’antimoda che appartiene solo a se stessa e che, predicata come fonte di una nuova giovinezza, si diffonderà in tutto l’Occidente.
Una volta liberati, i look perdono ogni esibizione. Si riscoprono le tenute un tempo riservate alla classe operaia o contadina : il blue jeans americano si allea con la giacca Mao. Visto come un segnale di individualismo piccolo borghese, il guardaroba tradizionale cerca di non farsi notare e di adattarsi con una commovente buona volontà. Così nei quartieri alti si vedono giacche afgane, foulard indiani, capelli riccioluti, tuniche fiorite, paccottiglia a profusione, tutti gli accessori di una felicità promessa da questi paradisi chiamati artificiali.
Negli anni Settanta si sviluppa un’arte grezza che prende a prestito dalle tecniche artigianali del passato e delle influenze etniche. Tutte le culture del mondo, preferibilmente quelle selvagge compaiono nei negozi dei quartieri. In questi anni di rimessa in discussione si assiste anche a un ritorno alle immagini di un passato vicino. Gli anni settanta saranno retrò quanto li si è voluti hippie.
A partire dagli anni Settanta il ritmo della moda accelera in modo considerevole. L’abbondanza di invenzioni e nuove proposte, emerse nel decennio precedente, si razionalizza e trasforma in maniera irreversibile la strada, la mentalità, l’eleganza e i look. Nel mondo Occidentale cambia il modo di rapportarsi all’abbigliamento, sotto lo sguardo attento di un Oriente che non ha ancora accesso a questo mondi di apparenze.
Si assiste a un ritorno al primario, percorso a ritroso verso le origini, alla ricerca della genuinità, del fatto a mano.
In primo piano passano anche le superfici dei tessuti: si va dal tweed alle lane-ciniglia, al pizzo di lana, alla tela di sacco, alle pelli di daino: tutti questi materiali presentano uno spessore visibile, sono animati da una superficie accidentata pronta ad accogliere l’ombra, a catturare la luce in un gioco di continui rimandi e rifrazioni. La luce non scorre più, come accadeva negli anni Sessanta, sulle superfici lucide, sulla plastica, sulla vernice; ora viene captata dai tessuti grezzi, che entra a far parte della stessa trama.
L’etnico dominava su tutto contribuendo a inserire ingredienti nuovi e vivaci in tutte le forme di abbigliamento del mondo occidentale. Gli hippies furono i primi ad adottare le giacche afgane di agnello rovesciato, gli indumenti in camoscio a frange, i caftani, le bandane e le collane di perline: faceva parte del loro atteggiamento di rifiuto verso il consumismo di una società occidentale. Ormai la moda “avventuristica” dei primi anni sessanta aveva ceduto il posto a un clima nostalgico: gonne e abiti divennero più lunghi, sciolti, fluttuanti, morbidi e indefiniti, tendenti al romanticismo.

Durante il periodo hippie la moda prese in prestito elementi dalla cultura dei Nativi
Americani come ad esempio giacche a frange e stivali morbidi in camoscio;

Nel 1971 il daino naturale è la pelle più usata per realizzare giacche, shorts, pantaloni lunghi, gonne dai contorni irregolari e dal particolare color giallo caldo. La giacca di pelle doveva avere un aspetto di vissuto, deve portare su di sé tracce dell’usura per sottolineare così la componente artigianale e manualistica a scapito di quella industriale.
Si crea così uno motivo che personalizza la semplicità dell’indumento e che, al contempo, non introducendo colori diversi, evita ogni contrasto. Questo stile spoglio prevede anche l’evidenza di cuciture rustiche e arcaiche che sostituiscono il floreale quale motivo decorativo.
Gli abiti sembrano solo abbozzati e impastiti: le singole pelli sono tenute insieme da grandi cuciture, oppure da lacci, che passano attraverso vistose asole, terminato in un fiocco improvvisato.
Materiali sovrapposti, colori nella paletta del naturale, caldi e tinte autunnali come rossastro, bronzeo, tabacco, dorato, melanzana. Le giacche Afgane in pelle di pecora, aggiunsero calorosità agli abiti a stampa fiorellini indossati da Verushka, la bellissima modella tedesca che verrà coinvolta nell’espressione artistica della Body Art.
La morbidezza e l’autenticità della pelle di daino ne fecero un materiale feticcio sin dai primi anni Sessanta per poi continuare per tutti gli anni settanta.
Già nel 1962 Irving Schott, l’ideatore del Perfecto, aggiunse alle sue famosi creazioni, delle giacche stile western con le frange cucite a mano, una per una. Nella collezione che poi verrà chiamata “Bold Ones”, né presentò circa dieci modelli, ispirati essenzialmente dalla cultura west dei cowboy.
Dal Marocco alla Lapponia la moda si imbarcò in un giro del mondo, disegnando le ispirazioni di ogni luogo.
Per un servizio fotografico di moda sul magazine “Salut les Copains”, Jean Marie Pèrier immortalò, nel mezzo della macchia mediterranea, Eddy Mitchell in stivali smussati alla caviglia Stetson, con una giacca a frangia di camoscio.
Contemporaneamente nella moda si assiste alla ricerca dell’insolito, alla nascita dei più disparati accostamenti. “Il guanto patchwork” è uno degli esempi più significativi: ruba le pelli di molti animali: un dito era di cinghiale, l’altro di vernice, una toppa di lucertola e così via..Un idea di Carosa realizzata da Bruscoli.
La seta e la lana, la pelle di daino avvicinata con quella di vitello: si diffonde la passione per i miscugli, per gli accostamenti di materiali diversi, per i patchwork: materiali rurali e originari, che avvicinati creano indumenti composti e ricchi.
In questi anni lo stilista italiano Roberto Cavalli incominciò a stampare dei disegni sulla pelle. Prese della pelle da guanti molto morbida sulla quale applicò ogni tipo di trattamento generalmente usato nella lavorazione della pelle. Tatuandola, stampandola, sgualcendola: erano questi i vari processi che la pelle doveva sopportare per poi farne un dècoupage , un patchwork, un assemblamento di tipi diversi per creare giacche, pantaloni, e specialmente scarpe.
Anche l’altro marchio di lusso italiano Gucci, negli anni Settanta spopola con la borsa bambù conquistando le donne eleganti della jet-society, mentre i seduttori apprezzavano i famosi mocassini scamosciati col morsetto dorato. Seguiranno valigeria, foulard e diversi articoli in tela e cuoio divenuti dei classici.
Intanto a Parigi Yves Saint Laurent nel 1969 presentò degli abiti frangiati in pelle di daino a pelo corto e un cappotto di volpe sopra a una tuta marrone in jersey. Il fashion designer non si identificava in una tendenza futuristica. Dichiarò su un numero di Elle del ’68 : “La donna più attraente che conosca è la cantautrice Barbara. L’esatto opposto dell’odiosa Barbarella di guerre stellari. Barbara in una foto di Avedon è in movimento: è miracoloso come il modo del suo corpo diventa parte dello spazio”
Ben presto anche i tipici abbigliamenti estivi come le lunghe e leggere camicie, vennero tramutate in pelle morbida, specialmente quella di maiale, molto confortevoli.


Diane De Monbrison: in questa fotografia del 1970 indossa una cappotto smanicato in camoscio Mac Douglas, un cinturone in pelle e degli stivali alla coscia in camoscio Nicolas Harle; Una minigonna in pelle stampata Roberto Cavalli, che incominciò a sperimentare con la pelle verso gli inizi degli anni settanta;

Nel 1971 Claude Montana , noto per le sue creazioni di moda, disegnò per l’azienda Mac Douglas una giacca in blu mezzanotte decorato con stelle e nuvole fatte in pelle dai colori dorati e argentati.
Inoltre nel 1976, la Mac Douglas creò un largo cappotto bianco in pelle di agnello, mentre sulla schiena di una giacca in camoscio di pelle, compare una decorazione di una farfalla enorme.
Motivi indigeni e primitivi, furono la caratteristica delle creazioni di Pablo e Delia, una coppia argentina, che aprirono un proprio negozio a Londra. La loro ispirazione viene dalla corrente aristica del Costruttivismo Russo, da Charles Dickens e Lewis Carroll con pendenti a forma di cuore e fiori in pelle, paesaggi immaginari, i colori dell’arcobaleno e creature inusuali stampate su vestiti e accessori.
“Le persone oggi giorno sono più attente all’autenticità dei materiali, non vogliono l’imitazione” si legge in articolo della rivista Gap nel 1975. Questo desiderio per l’autenticità traduce in una larga scala di revival dei grandi classici in pelle: giacche da volo degli aviatori, bomberini, giacche in pelle di pecora, cappotti e giacconi militari.
Per la prima volta , un ditta svizzera introdusse anche un giacchetto da donna in pelle foderato in lana.
Come tutti i figli del consumismo francese, François Girbaud nutrì l’amore verso l’ideale delle tribù dei nativi americani.
“La mia vita è poco interessante, questo perché ho sempre sognato di essere un cowboy o un Indiano”. La lavorazione, che partì da Mazamet nel sud della Francia, si occupava originariamente di pelletteria e di borse, prima di partire alle volte di Parigi.
Con i mezzi giusti, Girbaud divenne l’assistente di Maurice Chorenslup, il quale fu portatore del mito dell’America del West nella città di Parigi.
“La pelle aveva a che fare con ogni tipo di animale” disse François Girbaud, che proveniva dall’avventura western e che creò molti articoli con sua moglie Marithè.
Appassionanti verso nuovi esperimenti e trasformazioni, si dedicarono alla lavorazione della pelle invecchiata. Liscia, stropicciata, usurata, da l’impressione di essere qualcosa di già vissuto. Infatti nella collezione invernale del 1970, Girbaud utilizzò pelli grezze e naturali che provenivano da animali di età avanzate.
Insieme con l’amico d’infanzia Pierre-Alain Galtier, i Girbaud rielaborarono le caratteristiche della pelle, che fino ad allora non erano state sfruttate. Quindi lanciarono delle pelli oliate, lubrificate che divennero patinate e opache. “Cow punk”, un tipo di pelle che era invecchiata e lucidata da un processo meccanico, raggiunse il mercato nel 1977, già quando i Sex Pistols avevano preso d’assalto Londra.
Girbaud intanto venivano fuori con altri articoli come le pelli “graffiate”, che vennero usate per
vestire il gruppo musicale Magma, e pelli che tendevano ad aderire al corpo ( le cosidette pelli stretch).
L’avventura della “Compagnie des Montagnes et des Forets”, la compagnia fondata nel 1975 con l’amico Galtier, finì nel 1984, quando i due si separarono.
Ma i Girbad partirono verso l’Italia, in cui fecero delle creazioni per il produttore di pelli Ruffo. Questa svolta coincise con il boom della pelle invecchiata e il ritorno dello stile classico, rinterpetrato da marchi come Chevignon e Avirex. Ma man mano l’amore e la dedizione verso i jeans, fece sì che François e Marithè Girbaud lasciavano la pelle per concentrare i loro esperimenti su nuovi materiali. Pionieri dell’abbigliamento casual e dello sportwear, lanciano nel 1965 il loro primo modello di jeans, chiamato Stonewash Denim, conferendogli un aspetto usato e vissuto; e nel 1975 propongono pantaloni oltremisura, pieni di tasche e a vita bassa.

Cappotti e giubbotti in pelle indurita e lacerata, un processo inventato da Marithè e François Girbaud

Nemmeno gli uomini sfuggono a una nuova generazione che, avvicinandosi al modello femminile, rinnovano il loro guardaroba. Occuparsi dell’eleganza di un giovane maschio significa ancora mettere in forse la sua virilità. Trattandosi di un argomento molto delicato, ci vorrà tutta l’autorità delle vedette della musica pop per imporre nuovi modelli. La grande rivoluzione a quei tempi è più evidente nella misura della lunghezza dei capelli che non nell’abbigliamento maschile. Molti ragazzi, improvvisamente, rifiutavano con ostinazione a tagliarsi le chiome: questo genere di sovversione solo ieri apparteneva ai teppisti. Molti dei rivoluzionari del look maschile, ad esempio il sarto Gilbert Feruch, l’inventore del “collo Mao”, e Pierre Cardin gli sono debitori di una parte delle loro innovazioni: la linea attillata, spalle strette, assenza di tele, scomparsa della cravatta (a volte anche della camicia) redingote o giacche attillate, completi muniti di zip. In questa corrente elitaria, l’abito da lavoro ispira a molti giovani un certo anticonformismo.
Predicando uno stile androgino, facendo ricorso all’inesauribile mercatino dell’usato l’aspetto trasandato maschile si erge a posizione definitiva. In parallelo nasce una corrente retrò ispirata all’eleganza vestimentaria anni Trenta. Così molti ragazzi divisi tra l’identificazione nelle super star del rock e l’amore per i vecchi film, tentano l’improbabile compromesso: capelli abbondantemente inanellati, giacca a doppio petto di lino bianco, jeans a zampa d’elefante. L’insieme può essere ravvivato da accessori diversi: cappelli di pelle di daino, camice hawaiane, sigle pacifiste, spille maoiste.

La riesumazione di diversi capi d’abbigliamento militari (preferibilmente americani), le camice Oxford, il mocassino scamosciato, le impeccabili T-shirt, la vecchia canottiera ribattezzata ‘canotta’, lo zainetto, il maglione scollato a V dai colori vivaci, e infine il foulard portato intorno al collo imporranno un certo ordine all’indifferenza beatnik del guardaroba maschile.


venerdì 5 settembre 2008

LA PELLE DELLA MODA. L' ERA DEGLI IDEALI: GLI ANNI SESSANTA.

“I miei modelli sono delle armi.

Quando vengono chiusi si ha come l’impressione

di udire il grilletto di una revolver”

Paco Rabanne

La moda, espressione dell’evoluzione dei gusti, della sensibilità e quindi testimonianza estetica non compie mai un viaggio solitario. Anzi è completamente calata nello spirito del tempo che marca in modo indelebile tutto quello che nasce e cresce in una data epoca: si cala completamente nella realtà contemporanea, ci si rifà allo sport, ai viaggi spaziali, al gusto dei tee-agers, all’arte, alla musica…

Dal 1960 al 1970 la moda sarà soggetta, nella sostanza più che nella forma, a una trasformazione radicale. Da allora in poi non ci sarà più un’unica tendenza, una sola moda, ma un mosaico di proposte inseparabili da quelle che influenzano gli altri aspetti della vita quotidiana.

Il progresso tecnologico, la semplificazione delle linee, la morte dell’ornamento, il bello nell’utile, l’utile per tutti. D’accordo a quanto, a volte si sconfina anche nel cattivo gusto, il gusto dell’eccesso, per il non equilibrato, in simbiosi perfetta con questi anni, divenendo l’elemento costante nelle collezioni dei giovani creatori.

Questi portano la moda Sixties alla sua massima espressione tra il 1963 e il 1967, data in cui lo stile è spazzato via di colpo dal ritorno a un nuovo romanticismo. Sarà il prèt-à-porter, portavoce di un gusto audace, giovanile, anticonvenzionale, che ritaglierà la propria clientela: i giovani. Ed in particolare, sono proprio i giovani stilisti ad esprimere le esigenze di un’altrettanto giovane clientela.

Giacche argentate e dorate, l’Alfa Romeo, la Vespa, le creazioni della collezione di Dior dell’inverno 1960-61, l’ultima di Yves Saint Laurent per la famosissima Maison, sfilavano veloce come una corsa di auto.

A ventitré anni, il giovane re della moda Yves Saint Laurent ha sovvertito e scombussolato le regole noiose dell’ haute couture con la prima linea di giacche in pelle nera. Il modello denominato Chicago anche se è di coccodrillo e rifinita in visone nero, non è per questo meno chiaro al richiamo del film The Wild One. Accolta con scetticismo dai clienti, la giacca sarà uno dei motivi del disaccordo che oppone il giovane sarto ai dirigenti della casa provocando una forte scossa, uno shock tale che Saint Laurent fu considerato ancora troppo giovane e all’avanguardia per le collezioni dei grandi couturier parigini.

Fu soltanto nel 1961 che Yves Saint Laurent fondò la sua casa di moda con Pierre Bergè. La prima vera collezione stabilì lo stile e il look: era radicale, trasformista. La seconda si rilevò un piano formidabile: aveva a che fare con la seduzione e provocazione.

Nella collezione del 1962-63 Saint Laurent utilizzò la pelle per introdurre alla silhoutte femminile una nuova forma: un vestito ispirato alle guerrieri in pelle grigia metallizzata, un montgomery di pelle verde indossato sopra a una gonna in tweed; inoltre un poncho, una cappa di pelle di daino color tabacco, e un cappotto in stile marinaio in pelle nera.

La collezione dell’inverno si chiamava “Robin Hood”. Presentava cappucci in pelle e stivali alla coscia che fecero scalpore, perché accessori di questo genere erano stati assenti fino a quel momento dall’universo sofisticato dell’alta moda.

“Le sue donne non sono soltanto ben vestite, sono eroine” così un articolo di Vogue America annunciava il suo successo.

Le giacche di pelle alla Robin Hood, i pantaloni alla cowboy e i pullover dal collo arrotolato entrarono a far parte del guardaroba sia femminile che maschile, lanciando quel che sarà il look androgino, dai classici tailleur giacca-pantalone dal taglio maschile, alla famosa giacca da sera “stile smoking” a doppio petto.

Profondamente un abile innovatore, se non rivoluzionario, sviluppò un interesse per lo stile adottato dalla strada e non soltanto dai saloni perbene di Parigi.



La futurista degli anni sessanta vista dagli occhi di Yves Saint Laurent in una cappa in pelle nera, un cappuccio di pelle e stivali alla coscia in coccodrillo creati da Roger Vivier,

Inverno 1963;

Passamontagna in camoscio creato da Yves Saint Laurent nella collezione Robin Hood del 1963: accentua il mistero degli occhi a cerbiatto enfatizzati dall’eye-liner nero; Foto di Irving Penn diede al cappuccio di Robin Hood in pelle scamosciata un carattere del tutto futurista .


La pelle come materiale innovativo, figurava preminentemente in creazioni come quella della Ferrari, caratterizzata da una giacca beige di cervo indossato con un abito di jersey color marroncino antilope, oppure in quella Voyageuse, in un vestito fatto di pelle di daino color cioccolato indossato sotto a un cappotto in pelle a fantasie pastello.

Gli anni che vanno dal 1953 al 1963 sono gli anni d’oro delle scarpe Dior, sotto la supervisione di Roger Vivier. Tra le sue creazioni ci furono scarpe con il tacco a spillo che si trasformeranno in tacco choc, inclinato verso la punte; il famosissimo tacco “Pulcinella”, le babbucce alla turca e le punte a mandolino. Inoltre i mocassini in coccodrillo si presentarono in pimento rosso, in prugna, in bronzo grigio e caramello.

“Alcuni tipi di pelle vengono utilizzate realmente per la prima volta: rane e vitellini piccoli, naturali o stampate a motivi zebrati, leopardati, tigrati o a dalmata” racconta Roger Vivier.

L’anno seguente il designer delle calzature disegnò delle sue creazioni con pelle di pesci e rettili: il salmone, il leopardo marino, il serpe cinese, il cobra e il coccodrillo in colori argentati e dorati.

All’epoca in cui era ancora da Dior, Vivier aveva scioccato la clientela dell’alta moda con giubbotti in pelle in stile rockers.

Le calzature di Vivier sfilavano anche sulla passerella del giovane Yves Saint Laurent, per il quale ha disegnato nel 1967, una scarpa bassa in pelle nera verniciata con fibbia dorata e tacco quadrato, di cui sono state vendute decine di migliaia di esemplari.

Provocando la sicura conformità della moda maschile, nel 1968 la maison Dior elaborò una tuta di pelle con chiusure zip , e pochi anni più tardi presentò una camicia smanicata dai ricami di metallo e un giacchetto in pelle dalla forma triangolare – anticipando quel che sarà lo stile del film blade runner.

Negli anni Sessanta la pelle sfidava di più le linee femminili , che videro l’ascesa di una generazione di stilisti che volevano ripulirne il guardaroba e catapultarlo nel futuro.

Su un numero di settembre del ’60 di Elle America, si leggeva: “Beatnick: un look ‘chic-nik’; Anticonformiste, senza paura, sopra le righe, giovanili – queste sono le Beatnik americane”. In più venne riportato attraverso degli scatti fotografici delle modelle che montavano sulle Harley-Davidson, sfoggiando delle creazioni in pelle: una giacca morbidissima in capretto firmata Jacques Heim, un panciotto nero con tasche arricciate di pelle, e il famoso giacchetto da motociclista di Yves Saint Laurent in coccodrillo e visone disegnato per la maison Dior.

La didascalia che l’accompagnava riassicurava il suo numero di lettrici femminili: “A loro piace la pelle e gli amici, loro sanno come guidare e come comportarsi. Di sicuro vestono in pelle, ma non sono delle rockers.”

Successivamente Hèlène Lazareff realizzò un capo in pelle a un prezzo economico: si trattava di una tunica nera in pelle d’ agnello con dei bottoni grandi bianchi accoppiata con una giacca in pelle marrone.

Mentre a Parigi si desta il prèt-à-porter dei giovani stilisti, nel mezzo della Beatle mania l’Inghilterra -e in particolare Londra- assiste al dilagare dell’ondata musicale e devastatrice della Swinning London. Ai ritmi della pop music si elabora, a metà degli anni Sessanta, dalle parti di Carnaby Street e poi in King’s Road, la teenage culture che instaurerà un cambiamento radicale nei comportamenti degli anni a venire. Capelli lunghi per i ragazzi, taglio corto e gonne cortissime per le ragazze. Da questo movimento spontaneo emerge la personalità della stilista Mary Quant che contende ad Andrè Courreges la paternità della minigonna. “Ne io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna” confesserà sincera Mary Quant. “E’ la strada che l’ha inventata”.

A Londra le Chelsea girls, con i loro vestiti corti e dall’aria da collegiali sfacciate, non obbediscono ad alcuna parole d’ordine.

Diffuso da negozi effimeri quanto deliranti questo stile, nel giro di qualche mese, detta il gusto a tutta l’Europa e fa convergere a Londra folle di adolescenti la cui esuberanza non si opporrà all’entusiasmo di uno dei momenti più singolari della storia della moda. Molti stilisti davvero originali hanno lanciato delle proposte strepitose, diffuse dalle fotografie di David Bailey e scanditi dai ritmi dei Beatles o dei Rolling Stones, essi stessi divulgatori di uno stile di abbigliamento in rottura con la tradizione British.

Da Mary Quant, che alzò il taglio della gonna a metà coscia, a Ossie Clark e Biba, le boutique-mecche dei giovani , la capitale inglese fu una vetrina per ogni tipo di eccentricità stilistica e di espressioni artistiche.

Gli anni Sessanta, gli anni dello “Swinging London” segnarono uno spirito di nonconformismo e di provocazione autenticamente rivoluzionaria. La Londra allora di Mary Quant, Carnaby Street e il modello delle rockstar sono inseparabili dal mito dei giovani fotografi di moda di successo, che l’ affrontano con irriverenza fino ad allora ignota, superando ogni limite.

Gli anni Sessanta furono gli anni dei maggiori cambiamenti sia nella moda che nella fotografia di moda; il sesso entrò prepotentemente nelle foto e per la prima volta le tendenze non provengono più da Parigi, che ha sempre dettato moda, ma direttamente dalla cultura di strada. In Inghilterra tre grandi fotografi immortalano questo decennio: David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy che vennero anche soprannominati i “Terribili Tre”.

Il giovane David Bailey è l’incarnazione del mito “fotografo-eroe”. Fotografa come vive, su un sottofondo di musica e sesso, diventando addirittura modello di ispirazione per il regista italiano Antonioni nel film ‘Blow up’ nel 1967. Infatti le immagini di Bailey sono molto influenzate dal cinema e come lui dichiara “Le mie foto sono sprovviste di stile, ma sono i miei modelli ad averli”. Non ha uno stile particolare, ma è la sua presenza a diventare simbolo. Inoltre i suoi ritratti alle modelle, quali Twiggy, divennero simbolo dell’emergente modo di vestire di quel decennio e di tutta la vitalità propria di quel periodo.

Questi anni videro la professione del fotografo diventare assai remunerativa ed i fotografi diventare essi stessi delle celebrità. La rivista ‘Nova’, pubblicata per la prima volta nel 1965, rifletteva con i suoi editoriali lo spirito del tempo, e le fotografie di moda erano più attente ad enfatizzare l’aspetto artistico e l’atmosfera, piuttosto che i vestiti in sé.

Come icona dello Swinning London, nel 1967, Twiggy, la famosissima modella anoressica che incarnava il mito delle giovani ragazze, posava per Vogue British fotografata dal ‘terribile’ David Bailey in una tuta perforata in pelle nera firmata Betsey Johnson, il designer americano dagli abiti creativi in colori vivaci corrispondente allo stile dei negozi di Carnaby Street di Londra.

Accolta come una star a New York, la modella sedicenne dagli occhi grandi e dal corpo magrissimo, fu la musa del momento, insieme a Jean Shrimpton soprannominata la “Shrimp”(il gamberetto).

Inoltre anche Marienne Faithfull, poi compagna di Mick Jagger, nel film “Girl on the motorcycle” del 1968 indossava dei pantaloni neri in pelle e pelliccia , un film dolcemente erotico compartecipante Alain Delon.

La moda pesante e goffa francese si adattò meno rapidamente di quella inglese e italiana, i quali visionari fashion designer proiettavano le loro forme nel futuro.

A sinistra la modella Twiggy in un completo di camoscio; a destra Marienne Faithfull nel film "Girl on a motocycle"1968


La moda spaziale, infatti, stava vivendo anche nei film di Stanley Kubrick specialmente nel film “2001: A space Odyssey” (Odissea nello spazio) presentato nel 1968.

La fermezza e lo splendore del look in pelle, presto accompagnato da materiali sintetici come il vinile, si presta molto bene a tutti gli esperimenti con le forme geometriche dal tratto futurista.

“I vestiti che preferisco sono quelli che sto creando per la vita e che ancora non esistono: per il mondo del domani”, così Pierre Cardin riferì ironicamente, facendo il suo primo passo nel mondo della moda già dal 1945 lavorando dapprima ai costumi teatrali per Jean Cocteau nello spettacolo “La bella e la bestia”( tra l’altro in uno dei spettacoli, Orpheus, l’angelo della morte appariva come un motociclista vestito in pelle nera).

Cardin collaborò anche con la maison Dior nel 1946, quando il couturier Christian Dior, appunto, stava preparando quella che è stata collezione di lancio denominata “New look”, ma decise di aprirsi una azienda propria tre anni più tardi. Nel 1959 divenne il primo stilista-sarto a offrire una linea di abiti femminile ready-to-wear (una linea pronta ad essere indossata) nei grandi magazzini e fu inevitabilmente espulso dalla Camera Sindacale dell’Haute Couture, l’associazione che regolava e visionava l’alta moda parigina.

“Ho un approccio da scultore, prima creo le forme e poi cerco di adattarle al corpo”. Visionario, ambizioso, egoarca, divenne alla moda con modelli insoliti, nuovi: come per esempio nel 1954 con l’abito a bolla, oppure il cappotto a palloncino nel 1958; l’oblò al colletto, bottoni oversize, tuniche adattate al corpo “cosmo-body” con frange e fiocchi e anelli e ciondoli alla fine.

Le esplorazioni e le conquiste spaziali, i primissimi computer alimentavano la sua immaginazione, tant’è che realizzò una produzione di pelli verniciate e lucide, mischiate con metalli, vinile e plexiglas.



I motivi a scacchi inspirarono Pierre Cardin in abiti di pelle argento e nero; 1968

L'eroina futuristica di Pierre Cardin indossa un completo “cosmobody” con applicazioni di metallo e minigonna in pelle; 1969


Nella corsa precipitosa verso il futuro, la “bomba Courrèges” favorì un esplosione di novità nel mondo della moda anche grazie all’aiuto della moglie Coqueline. Nella collezione del ’65 lo stilista Andrè Courrèges presentava materiali rigidi, austeri e forme che sfioravano la vita e i fianchi, abiti funzionali indossati con scarpe appiattite, gonne sopra al ginocchio e bianco da per tutto! Un’ abbagliante meteora di chiarezza e bianchezza: questo era l’impatto di Courrèges che imponeva uno stile fatto di abiti corti e costruiti. Un evoluzione verso uno stile sempre più svelto, sempre più giovane tradotto in soluzioni facili e piacevoli.

La pelle smaltata che andava con questo vivido di purezza, può essere trovato in tutti gli accessori leggendari del marchio: le scarpe con la cinghia alla caviglia in pelle rossa d’agnello, gli stivali bianchi a punta aperta, o la pelle dei sellai modellata come una palla di rugby e cilindri, lanciati nei primissimi anni Settanta. La “shopping bag”, la borsa simile a quella della spesa, con chiusura lampo in pelle d’agnello smaltata creata nel 1968, raggiunse nel primo anno delle vendite straordinarie pari a 60.000 esemplari.

Trasformando allegramente e ironicamente il look borghese della pelliccia, Courrèges decorò una cappotto di coniglio bianco con inserti di fiori in pelle rossa.

L’ispirazione futurista rimane senza dubbio una delle tendenze più positive di tutto il decennio perché, almeno nell’abbigliamento, è fresca contemporaneità e non il solito aggiornamento sulla base di vecchi stilemi. Ed è quindi Andrè Courregès che incarna perfettamente questa tendenza: il sarto del 2000 (così che venne soprannominato) resta insensibile alle nostalgie dei tempi passati. Anzi va oltre anche al suo presente per cimentarsi nel futuro. Il designer vedeva il futuro attraverso materiali sintetici che rivoluzionarono quell’epoca. “Il vinile ci permette di ottenere colori fluorescenti e di creare, sia tecnicamente che industrialmente, un bianco puro”, così spiegò la moglie Coqueline.

Sempre nello stesso periodo Emmanuel Ungaro, che collaborò con Balenciaga nel 1958, aprì i battenti con una propria azienda nel 1965.

“Quando ho incominciato con il mio marchio negli anni Sessanta fu proprio con una creazione in pelle che è stata la mia prima attrazione: costumi da bagno e vestiti con una cura attenta nei dettagli, drappeggi in pelle leggera e morbidissima dai colori dell’arcobaleno a quelli fluorescenti. Tutto questo era nuovo e unico per la pelle che prima ad ora non era mai stata usata in questi modi ” ricorda il leggendario couturier.

Fra i suoi primi modelli preferiti ci fu una minigonna di pelle rossa e verde, in coordinato una lunga cappa e calzini che arrivavano all’altezza delle ginocchia.

Nel 1968, il vestito a grembiulino, di pelle bianca e marrone, e la minigonna con i reggicalze indossato con sopra un cappotto di pelle nera impresso da motivi geometrici, furono un vero e proprio straordinario successo, celebrato addirittura sulle pagine di Elle da fotografie di Peter Knapp con le modelle dagli occhi truccati, simili alle ali di una farfalla.

Su Vogue Francia, nell’ottobre del ’68 si leggeva:

“Ungaro: è nell’era dei missili; è forte di animo, uno stimolo per le donne”.

La pelle figurava in un numero vasto di esperimenti con tagli ad onde sagomati, oppure come gocce d’acqua sulle tasche, in colletti futuristici e in djellaba come tuniche.

“Il camoscio è più morbido e femminile mentre la pelle è più dura e comune: ma tutte e due offrono un’attrazione e una provocazione complementare l’una all’altra”, osservò Ungaro, che intanto disegnò un cappello e una giacca dal colletto rotondo con bottoni grandi in pelle di daino e dei pantaloni scamosciati in tonalità lillà abbinati a una camicia di chiffon stampata.

Creazioni di Emmanuel Ungaro: un completo a due toni e a fianco un completo abbinato con cappellino e stivali in pelle turchese; 1969


In questo decennio di libertà e apparentemente senza limiti di sperimentazioni, Paco Rabanne incominciò a lavorare materiali estremamente inusuali. Poiché la provocazione non esclude il rigore, Rabanne elabora modelli, che al di là del loro aspetto sperimentale, si adattano idealmente alla forma delle giovani donne moderne e prive di pregiudizi. Protagonista dell’avanguardia vestimentaria, è il tagliatore futurista di materiali come il ferro, la plastica e la pelle. Un’attività fondata sulla sperimentazione di materiali e soprattutto per nuovi usi.
La prima creazione realizzata in pelliccia, sono un paio di occhiali in astrakan nero e Rhodoid color argento. Un anno più tardi , quando la maison Simon Frères gli affidò il compito di creare una collezione partendo dalle pelli più pregiate, Paco Rabanne riesce ad esaltarle affiancandole al metallo: è proprio qui che troviamo le celebri sfere dei grembiuli di protezione dei macellai. Dopo lo choc iniziale, la clientela si butta a capofitto sulla novità, ma sarà nel 1968, con la pelliccia lavorata a maglia, a dare la giusta dimensione dell’inventiva del sarto “sacrilegio”.
Materiali strappati ai loro usi convenzionali e le tecniche riadattate per nuovi usi, sono i caratteri incontestabili dell’opera di colui che Coco Chanel escluse dalla Corporazione dei couturiers, definendolo il “metallurgico”. Nonostante la definizione burlesca avesse fatto centro, questa non riuscì a ridurre la continua ricerca messa alla prova dal tempo, come d’altronde la moda stessa ama fare.
Nel settembre del 1966, il designer Rabanne, che fondò la propria azienda con il suo nome, presentò modelli in pelle, piume di struzzo e alluminio alla galleria Iris Clert. Nel 1967 Rabanne creò abiti in carta e vestiti inchiodati in pelle fluorescente come sostituzione dei ricami. Il couturier metallurgico, inoltre inventò una specie di cappotti-armature per la moderna incarnazione femminile di Giovanna D’Arco: una cotta di maglia e giacca di pelle, dei lunghi stivali alla coscia, una cuffia in pelle borchiata e un cappotto fatto di pelle grezza inchiodata.



Vestito in pelle bianca Paco Rabanne 1968

Collezione Rodeo 1966: un vestito costruito con triangoli di pelle tenuti insieme da anelli, Paco Rabanne;



Sulle riviste di moda predominava il tema spaziale e in particolare su un numero di Elle dell’agosto del 1967, la modella Twiggy era vestita come una motociclista spaziale: un giacchetto di pelle e metallo abbinato a un cappello. Tutti i colori vivaci come il giallo, il rosa, l’arancione, il verde abbagliavano come tanti semafori nel grigiore della città.

I continui e innovativi esperimenti, nel 1968 portarono le pelli colorate, il jersey d’alluminio e il Rhodoid – una cellulosa acetata- ad essere tutte lavorate a maglia.

La pelle ora trasformata, fu utilizzata da Simon Brothers per creare una giacca rosa e una minigonna dorata. Fu inoltre combinata con della tela incerata, con delle gocce di vetro e pelliccia: “una pelle sagomata come un diamante”.

Maurice Renoma, il designer favorito dai giovani all’avanguardia, era molto abile nel compito di creare delle chic esplosioni di novità: cappotti di pelliccia e pelle di pitone, giacche in pelle con i risvolti delle maniche in contrasti multicolori, cappe in pelle di daino e pantaloni fatti di materiali diversi l’uno dall’altro in lavorazione patchwork. Inoltre introdusse nel guardaroba maschile forme strette e attillate dai colori pungenti.

“La moda maschile in Francia non esiste per niente; l’Inghilterra e l’Italia detengono il monopolio” spiega Adam che nel 1960 organizzò la prima sfilata maschile usando studenti come modelli (dato che il fenomeno super-model riguardava esclusivamente le donne). Le tute imbottite, camiciole in pelle argentata dalle maniche a “lumaca”, si potevano trovare tutte nel suo negozio, scombussolando e rimescolando l’eleganza maschile. Dall’ispirazione lunare, si trovano maglie e golf di pelle a scacchi in colori contrastanti come il nero e l’argento abbinati con pantaloni neri e baschetto argentato, mentre per il guardaroba femminile stivali alla coscia e minigonne a quadri.

Lo specialista della pelle, Mac Douglas, attivo negli affari già dal secondo dopoguerra, ritorna in proprio negli anni Sessanta grazie a una serie di originali produzioni.

Le creazioni si potevano vedere direttamente sulle riviste femminili come quella di Elle che nel dicembre del 1967 Brigitte Bardot, dagli occhi anneriti dall’eyeliner, fu fotografata in un vestito cortissimo di agnello smaltato di Mac Douglas e stivali alla coscia di Galvin.

“Non ho bisogno di nessuno quando sto sulla mia Harley-Davidson; basta solo che accelero e sono lontana da qui” così si leggeva nella didascalia della foto.

Mireille Darc, anche essa indossò il famoso abitino sopra a dei pantaloni da motociclista imbottiti alle ginocchia; mentre la copertina di Vogue Francia nel novembre del 1969 ritraeva la giovanissima cantante pop Sylvie Vartan in una tuta fatta di zip Mac Douglas e stivali in pelle di François Villon. (Il titolo annunciava: “Sylvie Vartan: la leonessa in tuta zippata”).

Il designer della compagnia Mac Douglas Jean Voight scoprirà a distanza di pochi anni, il talentuoso stilista Claude Montana. Intanto Voight creò un abito morbidissimo in pelle color tabacco, un cappotto di agnello lucido, un vestitino con cintura in pelle di daino nero e una cappa in pelle a due tonalità con i guanti da pilota.

Un ondata radicale di libertà spazzava sul nuovo e ringiovanito guardaroba delle donne.

Nel magazine “Jardin des Modes” la ragazza motociclista capricciosa, portava degli enormi e rotondi occhiali indossando una camicia Mac Douglas e degli short lucenti in pelle di capretto.

Nel 1969, il marchio Mac Douglas produsse il bikini fatto da una serie di strisce di pelle d’ agnello per le Bond girls di 007.

Fu nel febbraio del 1971 che una minigonna di daino a patchwork colpì la copertina del quotidiano Jour De France che scrisse “La pelle nella moda”; mentre una pubblicazione de Le Figaro dell’ottobre 1972, raffigurava Jane Birkin in un cappotto di pelle di vitello Mac Douglas indossato con una tunica dalla manica a pipistrello in pelle di daino lucida di Pierre Cardin.“Quest’inverno la pelle lucida – morbida, luccicante, splendente e leggera- darà forma a ogni stile, giocando ogni ruolo possibile” così preannunciava il quotidiano.


Ma trovandosi a vivere in una società dominata dal consumo di immagini lucide e laccate, di oggetti, dove i valori che emergono sono i valori d’uso e di consumo, la gioventù ha iniziato ad esprimere i primi sintomi di un disagio che poi si è trasformato in protesta e ribellione. Il movimento giovanile, al suo sorgere, non aveva scopi propriamente politici: si trattava di portare innanzi un’ideologia che accomunava un’intera generazione, che proclamava l’azione collettiva e la discussione pubblica su questioni che riguardavano in prima istanza la qualità della vita, il suo significato e ciò che la rende degna di essere vissuta. La società dei consumi aveva permesso a molti di raggiungere un livello di vita appezzabile, confortevole, dove ogni desiderio, ogni bisogno trovava la soluzione nelle più disparate vetrine, e il tutto a prezzi modici. L’ottimismo imperava in ogni annuncio pubblicitario, alla televisione, nel design di qualità di qualsiasi oggetto, dalla poltrona all’abito, tutto all’insegna della funzionalità. Si trattava di un mondo costruito dall’uomo per l’uomo, dove però, la corsa alla novità e al consumismo, l’etica del successo, l’incessante proposta di oggetti sempre diversi, poneva il destinatario di questa splendida e lucente facciata in secondo piano: ci si era dimenticati che il soggetto di tutta la situazione era e doveva essere l’uomo. C’è stato dunque un ribaltamento del costume in tutte le sue manifestazioni, dall’abito alla casa che, a differenza degli inizi degli anni Sessanta, ostentano povertà e tradizione: il recupero della tradizione passata, delle culture orientali, dell’oggetto dimenticato; ciò che cambia non è soltanto l’abito che diviene sgualcito, dimesso e trasandato, ma è l’intera società. Ma sempre di moda si tratta. Una moda dettata probabilmente da ideologie più sentite, che però, nel momento stesso in cui prendono forma estetica, determinano un tipo di comportamento che pur entrando a far parte della storia è destinato ben presto a scomparire o a coesistere con il suo opposto.