Mentre Yamamoto cerca di essere il maestro nel taglio, tesoro vivente di una sorta di artigianato del Sol Levante, la sua simile Rei Kawakubo afferma più decisa la sua ambizione: fare dell’abbigliamento un atto concettuale. Una sorta di opera d’arte da indossare. Un po’ per l’incompiutezza, per l’aspetto volutamente logoro, la sfida al senso comune e alla perfezione, la stilista continuerà a suscitare disagio, stupore, ma anche ammirazione Di un rigore ineccepibile, anche se a volte difficile da capire, questa pioniera influenzerà tutta la moda. Architetto dell’abito, arrivando a guastare il vestito per ricostruirlo meglio, innovatrice in tutto, Rei non parla mai, ma riesce a comunicare, attraverso il suo lavoro tenace, un’emozione, una sorpresa, un desiderio torbido. Le forme voluminose scompongono la struttura dei vestiti, per poi assembrarli di nuovo.

Allora il grunge, un movimento musicale introdotto da gruppi musicali di Seattle come i Nirvana, fa anche il suo ingresso nella moda attraverso una nuova generazione di giovani creatori dell’ avanguardia belga, e più precisamente dalla scuola di Anversa. Nello stesso periodo si fanno conoscere Martin Margiela e Ann Demeulemeester, l’austriaco Helmut Lang, lo svedese Marcel Marongui. Questi nuovi stilisti, ispirandosi alle collezioni giapponesi degli anni Settanta e Ottanta, costituiscono l’elemento di punta di un nuovo movimento detto “decostruttivismo”. Gli abiti decostruttivisti sono in genere neri, e quanto alla taglia, possono essere oversize o striminziti, oppure sembrare indossati a rovescio, con orli diseguali e cuciture visibili (perfettamente rifinite) e tagli. Dato che l’impressione generale è piuttosto deprimente, è inevitabile istituire un parallelo con la situazione economica recessiva, e anche suggerire l’ipotesi che i nuovi stilisti preparassero l’avvento del nuovo secolo. Vestiti casalinghi, semplici e senza pretese, coperte e drappi di tartan ricoprono il corpo con combinazioni di neri, marroni e spesse stoffe. In aggiunta la pelle rozza contrasta con gli artifici del decennio precedente, mettendo in questo modo l’ascetismo al centro della scena.
Giovani laureati alla Royal Accademy di Anversa, capitanati da Martin Margiela e Ann Demeulemeester, sconvolsero il pervasivo conformismo.
Demeulemeester, fan della cantanta Patty Smith, stilista olandese che ha rivoluzionato forme e linee, creò il suo marchio nel 1987 e incominciò a sfilare a Parigi dal 1991. Preferisce un look fatto da strati e strati di tessuti: larghi cardigan, golfini e pantaloni di pelle stropicciati indossati sopra a degli stivali o a degli anfibi slacciati; inoltre spolverini e grembiuli di pelle invecchiata posti al di sopra di vestiti fatti di mussola stropicciata. Le famosissime Doc Martens sono le inseparabili compagne di tutte queste tenute. Nelle sue alternative e innovative collezioni in più appaiono tutte le gradazioni del nero, colore a lei molto caro. Dietro una manifesta volontà di discrezione, la sua estetica contrastata, le forme morbide, depurate, tutte in dissonanze armoniche, si diversificano dal passato creando un nuovo modo di concepire la moda.
Un universo delle passioni, invece quello di Martin Margiela, carico di immagini e di immaginazioni, uno scenario mutante in cui mutano i corpi e le sue rappresentazioni, vestiti e accessori diventano come protesi, innesti, estensione.
Un visionario, uno dei trasformatori del costume, in una dimensione di contaminazione, infrazione, ribellione, alterazione, trasgressione e sorpresa.
Martin Margiela, dalla sua parte, sceglie l’Esercito della Salvezza, le stazioni delle metropolitane e gli spazi urbani desolati per presentare le sue collezioni di moda. I suoi vestiti, che portano una semplice etichetta bianca rettangolare, hanno fatto di lui il visibile guru dello stile fondamentalista, motivato a purificare la moda da tutte le sue superficialità: artifici, trucco e gioielli. Cuciture a vista, orli al vivo, destrutturazione sistematica e reinvenzione continua: le sue collezioni sembrano predire un futuro rinnovato nell’abbigliamento.
Riciclando, come appropriazione al suo stile, si mette in evidenza sia con le pelli che aveva sotterrato per alcuni mesi in una fossa, sia con quelle che aveva spruzzato in un color bronzo antico e oltre ai ‘tabis’ – uno stivaletto giapponese a forma di calzino che separano le dita del piede all’alluce.
Si caratterizza con un look ambizioso e tormentato: un pelle di pecora rozza a rovescio con le pieghe; un giubbotto da motociclista generosamente proporzionato; un vestito da bambola adattato nella misura standard della donna.
A sinistra: Illusione surrealistica creata da Martin Margiela con questa maglia composta da un assemblaggio di guanti riciclati; a destra stivali “Tabi” ispirati dalle scarpe tradizionali giapponesi e che compaiono in ogni collezione del designer;
Dall’avanguardia austriaca invece spicca l’ossessiva austerità di Helmut Lang, che fece il suo primo fashion show nel 1986 e che partirà per gli Stati Uniti nel 1998, avendo alle spalle molti imitatori. Di una sobrietà al limite del misèrabilisme, i suoi modelli incontrano il gusto di una gioventù disincantata. La appropriazione radicale alla quale punta, si ispira alla tradizione ricorrente del romanticismo, della povertà più che, come si è sempre creduto, all’arte minimalista degli anni Settanta.
Helmut Lang riesce a integrare nel suo stile dei classici dell’abbigliamento estraneo alle mode, quali per esempio i capi dimessi del vestiario militare, riciclando per una clientela esperta del linguaggio del design certi articoli essenziali come il parka e i calzoni da lavoro multitasche, realizzandoli con materiali lussuosi.
Altro apostolo dell’originalità è Jean Colonna, che dopo aver creato bijoux per Gaultier, Montana e Mugler, produce un abbigliamento ragionevole, destrutturato, influenzato dal mondo notturno. Non esiterà mai a utilizzare materiali palesamente poco costosi.
“Ero molto prespicace a liberare il concetto della raffinatezza borghese” dichiara il designer francese, il quale si serve della pelle di scadente qualità senza essere foderate e cucite lasciate a taglio vivo. Un motociclista innato, non ha accuratezze sui giacchetti, tant’è che gli dava quell’effetto di consumato e stropicciato, utilizzando la carta vetrata per poi lavarli nelle lavatrici. “La pelle è rude, non è un materiale lussuoso.” E’ così che dichiara.
Ma nelle sue creazioni troviamo anche degli esemplari pantaloni da torero in pelle ricamata dagli effetti molto suggestivi. Inoltre Colonna fu il primo a lavorare la pelle d’imitazione chiamandola “un semplice e flessibile materiale che non riguarda nessuna condizione sociale. Puoi divertirti, spassartela con essa, ma vivi sempre nel vero mondo della pelle”.
Concludendo verso la fine degli anni Novanta abbiamo assistito ad altri avvicendamenti di stilisti della nuova generazione, specialmente giapponesi e belgi che hanno avuto una particolare rilevanza. Soprattutto hanno rimescolato i codici della moda in modo tale da far verificare dei mutamenti rivoluzionari.
Al volgere del millennio, dunque il motivo conduttore della moda è la reivenzione: tuttavia negli anni novanta i principali movimenti creativi traggono ispirazione dalla strada non meno che dalla passerella, mentre il confine fra i due ambiti diventa sempre più sfumato.

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