sabato 6 settembre 2008

LA PELLE DELLA MODA: GLI ANNI OTTANTA. LA MESSA IN SCENA DEL CORPO.

La volgarità non è tanto un’apparenza fisica

ma quanto un atteggiamento morale.”

Jean Paul Gaultier


Dopo la fine dei movimenti ugualitari – giovanile, studentesco, sindacale, femminista, ecc.- che in tutti gli ambiti avevano allentato le istanze di differenziazione sociale e personale, si assiste al ritorno prepotente del bisogno di ristabilire le distanze nell’attività quotidiana, nella cultura, nella professionalità e anche nel nuovo modo di vestire, dove dopo il livellamento del casual e delle divise adatte per tutte le occasioni, si verifica un progressivo ritorno delle differenze nell’abbigliamento per le varie funzioni.
La segmentazione sempre più ampia di gruppi generazionali, ideologici, professionali, di status, in parallelo porta ad un ampliamento delle varianti vestimentarie relative ai nuovi ruoli che si è chiamati ad interpretare.
All’interno del sistema delle relazioni sociali ciascun ruolo assolve ad una funzione ben precisa, che non può essere confusa e quindi richiede anche un ‘costume’, un abbigliamento appropriato. Infatti oltre ad un desiderio sempre più impellente di differenziazione personale da parte dei consumatori, si riscontra anche una maggiore richiesta di varianti vestimentarie per le nuove funzioni che emergono: ad esempio la pratica degli sports a livello di massa ha contribuito all’istituirsi di nuovi abbigliamenti che sono entrati di prepotenza nel circolo instabile delle oscillazioni della moda e spesso hanno sconfinato nei territori vestimentari contigui, influenzandoli e condizionandoli nelle fogge e nei colori.
Gli stilisti degli anni Ottanta adottano un atteggiamento meno passionale, più freddo e distaccato verso i mezzi e i materiali offerti dalla tecnologia, tentando di compiere una sintesi tra sperimentalismo sfrenato e tradizione. Si passa dal sughero alla pelle d’anguilla, dalle superfici interamente coperte di specchietti di plastica ai plissè in tessuto argentati.
A dimostrazione dell’impossibilità di definire un’unica tendenza in questo decennio, dato che la moda a partire dal 1983 diviene sempre più eclettica, è l’esplosione di una diaspora di correnti diversissime l’una dall’altra.
Vengono rivisitati i tailleurs stile Courrèges e Chanel in maglia profilata e minigonne aderenti, i capelli cotonati e le parrucche colorate, le catene, i monili e gli accessori borghesi che scimmiottano, con humor e ironia, lo ‘chic bene’ delle signore.
Assieme all’ondata rivitalizzante di colori puri e violenti mescolati a tre o a quattro, a un esplosione di stampati coloratissimi che spaziano dai rimandi dell’arte al paesaggio esotico, dall’elettronica all’etnico-primitivo e al kitsch, permangono ancora il non colore del bianco e del blu, del bianco e del nero, dei grigi.
Ma a conferma dell’eclettismo della moda di questi anni, assieme alle linee ipersofisticate di derivazione Couture, troviamo anche gli spolverini svolazzanti, i cabans ampi in tessuti fluidi e cadenti, le gonne a ruota lunghe quasi alla caviglia, strizzate in vita e indossate su shorts o bermuda, portate con un giubbotto nero di pelle, come quello di Moschino. Quest’ultimo, difatti, fa dell’ eclettismo e dell’assemblaggio la filosofia del suo stile, dimostrando che è possibile essere attuali, proprio mescolando con fantasia e ironia capi dissimili per stile e provenienza, attinti dal patrimonio vestimentario come da “un enorme armadio che racchiude i costumi di teatro e di vita di tutti i popoli di tutta la storia”. Inoltre su Vogue si legge: “ La ribellione al buon gusto ha fatto il suo tempo, si cercano nuove armonie più che disarmonie provocatorie. Invece di frantumare il concetto di stile con facili mescolanze, si tende a creare uno stile nuovo dove tutti gli elementi sono orchestrati.”
Due sono le tendenze principali in cui suddividere la moda: una, dalla silhoutte netta e modernamente sexy, con abiti costruiti rispettando le regole dell’abbigliamento formale che puntano l’accento sulla vita e sulle spalle, giocando con toni di colori scuri e decisi, in fantasie grafiche dai forti contrasti. L’altra, invece, dalla silhoutte più esile, fragile, sommessa e pervasa da un’ aria adolescenziale, con spalle spioventi, spoglia di ornamenti, caratterizzata da linee semplificate al massimo e vagamente informale nell’abbinamento dei capi, come ad esempio il pullover lungo su una gonna da sera, o il cardigan di maglia sull’abito essenziale e castigato, in toni cupi e polverosi, rappresentata dalla nuova guardia degli stilisti fra cui Romeo Gigli e Pietro Pianforini.

Ma se qualità come l’eccesso, la dismisura, l’accumulo, il polimorfismo eclettico, l’instabilità, la perdita di interezza ci permettono di definire la moda di questo decennio, non si deve tralasciare un’altra componente presente in molte tendenze: la propensione all’artificio, all’inautentico, al falso. Ciò si esplica sia nell’uso di materiali sintetici – finto rettile, finta pelle, finta pelliccia, tessuti elasticizzati o interamente ricoperti da scaglie di paillettes, pendagli e decorazioni in plastica, accessori in plexiglas o in finto metallo…- sia nella dichiarata teatralità, nel compiacimento per l’artificio scenico e per la rappresentazione espressi da molti look che, come consapevoli replicanti usciti da un laboratorio di biogenetica, creano atmosfere falsamente orientaleggianti, naturalistiche, anni Sessanta, Settanta, neobarocche, ecc..
Gli anni Ottanta sono gli anni dei paradossi e dei contrasti. Tutto scorre, tutto è possibile.
Nella moda, un eccezionale generazione di stilisti talentuosi si coniugano in questo periodo di estensione creativa e auto-affermazione: Azzedine Alaia, Gianni Versace, Claude Montana, Thierry Mugler e Jean Paul Gaultier.
La gracile e androgina Jane Birkin, la forma scolpita del fisico - messa in mostra da ore e ore di estenuanti esercizi fisici come il body building e l’ aerobica - l’epoca dei materiali e dei vestiti stretch, elastici, dei costumi da bagno, body e fuseaux: tutto ciò manifestano quello che è l’era degli effimeri. Dopo la tetra offuscazione degli anni Settanta, riappaiono nei guardaroba abiti strutturati, ricercati, segnati da imbottiture come alle spalle.
Gli abiti sembrano pennellati addosso come una seconda pelle, sono in maglina leggera, in pelle coloratissima, tipo a suggerire delle guaine, e hanno inserti di organza trasparente, scollature, nodi e drappeggi anatomici che fanno risaltare le curve.
“Vestire per uccidere, per sconvolgere” divennero le parole d’ordine per le donne manager affermate nei loro “tailleur autoritari”, il cosiddetto ‘power dress’ dai tacchi stiletto.
La descrizione della conquista al femminile viene dichiarata su un numero di Elle dall’estate del 1985: “E’ una combattente che le piace sedurre e provocare, una dinamica che non perde mai di vista la sua meta. I vestiti sono per essa una armatura proteggendo la sua reputazione e dandole la forza di superare se stessa. Appare come una superwoman: pelle, pellicce, tessuti luccicanti, brillanti, vestiti e pantaloni super attillati, tutto è obbligatorio per la nuova amazzone. E i colori? Contrastanti, abbaglianti, lucenti e violenti.”
Rivestendo ermeticamente una silhouette snella e muscolosa, la pelle diventa un obbligo, un must, nell’abbigliamento di queste donne “guerriere” lanciando una vera e propria sfida contro il tempo. La cosa che importava era avere un look, come cantava Roxette, e pavoneggiare nei locali di Parigi, di Londra e di Milano.
Si deve sorprendere, sorprendere se stessi. Teste rasate, pelle di leopardo ultra trendy, pantaloni over con numerose tasche, vetro e gabardine, collari per cani, collane dai diamanti artificiali.
Il pioniere dello stile spaziale dei primi anni Sessanta, Pierre Cardin, reinventa i nuovi guardiani del futuro con delle giacche e trench in pelle nera con maniche pagoda; giacche con collari, spalline scavate come crateri e magliette a giromaniche.
Paco Rabanne, invece, continuava i suoi esperimenti sui materiali, includendo la maglina fatta di pelle dorata, fissando pelli multicolorate con il metallo. Inoltre ricamò in metallo una pelle di daino sovrapposta con del tulle.
La pelle non era mai stata così lavorata in un immagine eccessiva e oltraggiosa.
Ma le grandi trasformazioni nell’abbigliamento si hanno con il fashion designer Claude Montana, giovane rivoluzionario che scoprì la lavorazione della pelle e delle sue tecniche. E’ stato sempre un appassionato di questa materia, divenendo un vero alchimista. Strutture di stoffe leggere o pelle grossa modellano un’eroina galattica dalle spalle larghe, fianchi stretti e dai gesti robotizzanti, sapendo imporre i suoi tagli aggressivi.
Ispirato da colori forti e vivaci, nei suoi lavori non mancano i colori sabbiosi, del nero, del rosso etrusco e di tutti i toni metallici che vengono associati con i nobili materiali come il cashmire, la pelle o la seta.I modelli più esagerati partono dai pantaloni strizzati in vita in pelle d’agnello, ai giacchetti smanicati di pelle nera con catene agganciate alle spalline, e per finire i cappelli. Questo look, ribattezzato da “facchino notturno”, scioccò la stampa che ci trovava un allusione al nazismo.
“Ava Gardner, Lauren Bacall, Holliwood e il glamour. Una donna che veste per essere ammessa.” Così ribadiva Claude Montana.
Per l’uomo invece non ci sono delle grandi novità: pantaloni in pelle o jeans, stivali in pelle di lucertola e il giacchetto da motociclista.
Il materiale preferito da Montana era indubbiamente la pelle d’agnello di eccellente qualità, che combina notevolmente una sensazione di morbidezza con una eguale durabilità e resistenza.
“La pelle per me è un materiale che va al di là nel tempo, mentre le stoffe stampate appartengono al momento” dichiarò Montana, il primo designer della Mac Douglas, con la quale ha collaborato dal 1971 prima di lanciare un proprio marchio sette anni più tardi.
La vita alta accentuata e il collare da pellicano posto intorno al viso, attraverso le loro proporzioni equilibrate, rievocano un ideale classico. Tipico di questi anni appariscenti, con la loro eccessiva teatralità, erano i boleri ornati da borchie sopra a dei pantaloni a frange. Inoltre troviamo anche un completo di pelle nera con un mantello rosso sangue –simile a quello di Dracula- guanti lunghi, corsetti e biancheria a vista e la giacca di pelle nera con le maniche squarciate.
“Il taglio e la misura non sono importanti. Quello che conta è la spalla, che è il punto in cui i vestiti scendono, si animano. Tutto parte da qui.” Così dichiarò Montana che si introdusse nella moda nei tardi anni sessanta producendo dapprima gioielli di carta in Inghilterra.
Alcune volte, ha tentato di lavorare con cinque tipi di tagli per un solo capo, come per esempio il bolero in pelle di vitello.
“Negli anni ’80 pensavo che tutto era possibile, ma c’era un incredibile dicktat imposto dal mercato” spiega ancora Montana, il quale successivamente fu scelto per creare una collezione da Lanvin.
Non di meno il leggendario fotografo Helmut Newton volle catturare al meglio più di chiunque altro la carica erotica e la nobile disinvoltura delle sue creazioni che erano del tutto seduttive e provocanti.

Claude Montana: uno dei giovani creatori che ha saputo imporre i suoi tagli aggressivi e seducenti

Un altro designer che ha esplorato la finzione hollywoodiana è Thierry Mugler, che si imbarcò sulle onde della moda dal 1974, prima di essere stato un ballerino all’Opera di Strasburgo.
“Concepisco una collezione nelle forme del corpo e dell’architettura. Tutto inizia dal corpo vivente, dalla donna, da cui l’aspetto scultoreo fluisce direttamente da questo punto di partenza”- spiega lo stilista.
Mugler proiettava un’immagine più giovanile, audace, dall’esplicito richiamo sessuale, con abiti fascianti che mettevano in risalto il corpo, talvolta con tocchi di feticismo espressi con i corsetti e le chiusure con i lacci. Una silhoutte iperstrutturata.
Thierry volle aprire nuovi orizzonti nella lavorazione e creazioni della pelle.
Le sue donne sembravano inavvicinabili: donne insetto, donne serpenti, dominatrici futuristiche e sirene. La pelle divenne parte di ogni tipo di metamorfosi, dall’abito “Bora Boa” in pitone laccato del 1983 alla collezione “African Summer” del 1988 creata con pelle di agnello e coccodrillo naturale, e alla collezione battezzata “Russian Winter” (1986-87), una creazione di abiti in pelle color bronzo, trapunte da stelle color blu-ghiaccio, le quali più tardi diventeranno il simbolo del profumo Angel.
Dalle colonne della Bastiglia al fiume Niger attraversato da iceberg, lo stilista presentò i suoi abiti in posti commisurati alle sue capacità: una miscela esplosiva che dà vita nel fervore di sfilate dalle sensazioni forti.
Le grandi spalline ingrandivano la figura, come su un giacchetto bomber con la chiusura zip trasversale nella collezione “Aviatrex Winter”dell’87-88, o sui giacchetti ispirati dalle uniforme spaziali e dagli schermi psichedelici.
Per le donne alla moda creò dei giubbotti da motociclista corti e borchiati oppure giacchetti multi-colori trapuntati in pelle.

Collezione African Summer, Thierry Mugler 1988

Per l’uomo, invece, Mugler realizzò camice e pantaloni imbottiti che ridefiniscono i corpi scultorei e muscolosi, abiti fatti per lui da Charles Kupermink, che ha lavorato con Mugler per trenta anni collaborando anche con Azzedine Alaia e recentemente con Jean Paul Gaultier. Nel suo piccolo laboratorio in via Du Temple a Parigi, Kupermink non ha mai smesso di tagliare, di sacrificare, di torturare la pelle rendendola morbida, dura, liscia, opaca, trasparente, lucida: in somma di adattarla in qualsiasi modo.

“L’humor è senza tempo, universale. Ne ho bisogno per vivere, come dell’acqua, dell’amore e del sale..” Thierry Mugler: a sinistra creazione ispirata al mondo delle motociclette con tanto di specchietti, manubrio, fari e porta-bibite alla gamba come giarlettiera; a destra una giacca futurista nella collezione “Infernal” ‘88/89

Ma la genialità e la bravura nel tagliare e adattare la pelle è stata del grande mito italiano Gianni Versace. Fu lui che, insieme a Karl Lagerfeld, introdusse la moda nel regno dell’industria dello spettacolo, nutrendo il fenomeno delle super top model con il loro sbalorditivo compendio.
Un innovatore nella lavorazione della pelle, Versave incominciò verso la fine degli anni settanta con dei spettacolari vestiti ultra-aderenti, fatti di zip, borchie, ricami e perline.
Alla fine degli anni Settanta, produsse gli stessi pantaloni in pelle nera per la sorella Donatella, a Diana Vreeland la direttrice di Vogue America nei suoi settanta anni di vecchiaia. Osservando lo straordinario fascino della Veerland in un abito di pelle, Gianni Versace scrisse:
“Non dobbiamo mai immaginare che una donna anziana non riesca a indossare certe cose. Questo ricordo non fa altro che accrescere il mio amore verso la pelle più di prima, che è uno dei miei materiali preferiti in assoluto”.
Borchiata, sgualcita, spiegazzata, goffrata o dorata, miscelata con il tweed o con una cotta di maglia, la pelle si presta a qualsiasi esperimento e trasformazione venendo sempre più usata in diversi modi. Nel 1991, Versace ricama la pelle con le Madonne e croci Bizantine creando delle giacche e degli abitini sensazionali, un incrocio tra le Crociate e il film The Wild One.
Questi poi furono riportati di nuovo nella ultima collezione del Luglio 1997, presentata al Ritz di Parigi a pochi giorni prima del suo assassinio nella villa di Miami.
Provocando, sfidando le consuetudini, riscrisse i codici del Sado-Machismo a vantaggio dell’alta moda con abiti adornati da corde, stivali alla coscia e top aderentissimi.
Una delle sue spettacolari creazioni fu abito-cappotto della collezione del 1992, fatto di pelle ma imbottito come una giacca di piuma che riprende, a sua volta, una giacca creata da Charles James nel 1937.
Un maestro nel tagliare , Versace diede alla pelle, ciò che era evidentemente ingombrante e impacciante, un aspetto sofisticato come ad esempio fu la giacca fatta da milioni di borchie dorate che a prima impatto poteva sembrare pesate. Con lui, il troppo non era mai abbastanza.
Non di meno Gianni ha contribuito all’emancipazione del guardaroba maschile, introducendo pantaloni in pelle con giacche colorate usate come abiti da sera, ricamati del tutto, imbottiti e frangiati, in una mescolanza di pelle e gomma. In più creò camice da motociclista in pelle nera indossate sotto a un abito a coda di rondine di crepe di lana.
In un panorama che spesso ricicla materiali e forme del passato, spiccano alcune proposte che riescono a coniugare sapientemente tradizione e novità, senza cadere nella banalità del revival retrò. Un esempio sono i lucidi trenches di Versace indossati su tailleurs classici, i blusons in pelle e i completi di vigogna grigia illuminate da fodere di raso che creano un contrasto opaco/lucido molto prezioso e ricercato.

Dall’alto a sinistra: spalle ampie e vita stretta nel look dei giubbotti in pelle nera della collezione inverno ‘84/’85; a destra Claudia Schiffer in un completo cowgirl: pantaloni in pelle con ricami in oro e giacca in pelle a frangie; sotto uno spettacolare cappotto-vestito in pelle imbottita e trapuntata con inserti di borchie dorate. Tutto Gianni Versace

Sono coinvolte molte proposte, molti tessuti e molta pelle la quale Versace utilizza per linearissime giacche guru in nappa rossa abbinate a pantaloni dal taglio orientale.
C’è anche Gianfranco Ferrè che riprende le linee più essenziali e rigorose per sottolineare le nuove strutture dei capi in pelle e lo stesso Armani che si lascia prendere la mano, le cui innovazioni di maggior rilievo sono i completi di pelle che riprendono, in modo stilizzato, i motivi trapuntati, le lavorazioni a listarelle e a nido d’ape.

Giacca e bermuda in pelle tabacco e blu indaco, Giorgio Armani collezione autunno-inverno ‘81/’82

L’alta moda delle motocicliste fa la sua entrata anche nella maison Chanel, in cui Karl Lagerfeld fu nominato nel 1983 direttore artistico. Nella sua prima collezione, mostra una versione del tutto particolare in pelle nera del famosissimo tailleur creato da Mademoiselle Coco , il quale fu anche reinterpretato pochi anni prima dal suo predecessore Philippe Guibourgè.
Tutte le tradizionali creazioni della maison Chanel, furono rienterpretate in pelle, come ad esempio la minigonna nera in pelle scamosciata, ispirata alla famosa borsa trapuntata, con piccole catene dorate, che fu indossata da Inès de la Fressange alla collezione invernale del 1986.
Nella campagna pubblicitaria di una collezione, messa in scena da Peter Lindbergh, le super star delle passerelle, come Claudia Schiffer, Naomi Campbell e Cindy Crawford, posarono in stivali da motociclisti, berretti e giacchetti trapuntati in pelle nera, ispirati ai film di Marlon Brando e alla sua banda di ribelli. Lagerfeld tuttavia portò insieme mondi che erano stati precedentemente diversi l’uno dall’altro, contrastando la tradizionale giacca di tweed con i bottoni dorati ai pantaloni aderenti in pelle.










Perfettamente proporzionati, i vestiti di Azzedine Alaia sono dei veri e propri capolavori mozzafiato. L’influenza della moda anatomica di Azzedine, modella il corpo esaltandone i punti focali con abiti altamente erotizzanti seguendo le naturali linee del corpo . Le scollature banali sono bandite sia dagli abiti che dalle T-shirt, che sono tagliate sotto il seno e scoprono la pancia, hanno aperture ad oblò sulla schiena e sui fianchi, o fenditure, tagli e zips che si aprono a sorpresa nei punti più impensabili, rievocando le mitiche donne dei fumetti di fantascienza e le spavalde Barbarelle degli anni Sessanta.
“Anche con un abbigliamento solido, si deve dimostrare che esiste un corpo.. Amo la pelle, perchè è dura, pretenziosa, e attuale” commentò Alaia.
Inoltre, per la collezione del 1981, il creativo dichiarò:
“L’abito da giorno realizzato di pelle di agnello si incarna nello spirito di Arletty, attrice che personifica perfettamente lo chic parigino. Non ci sono molti accessori. Soltanto l’abito e il guanto.. Adoro la mascolinità, l’aspetto rozzo della pelle che si combina con la femminilità, il mix delle cose quotidiane con la fragilità dell’individuo.”
I suoi famosissimi abiti furono chiaramente celebrati da tutte le riviste femminili di moda come Elle, Vogue, Marie-Clare, e il magazine Express Woman che chiamò una delle sue creazioni “La Wonder Woman in un completo di pelle nera”.
Su un numero di Elle del 1981, Francine Vormès scrisse: “La collezione di Azzedine gioca sulle ambiguità del maschile\femminile, della durezza\morbidezza, della rigidità\flessibilità. Le spalle sono rinforzate per un maggior comfort e libertà di movimenti, la vita è marcata, stretta; le gonne diritte sono attillate, non intralciando il portamento ma prestano un orgoglioso, superbo ed energetico look nel dare un’immediata spensieratezza e sensualità.”
Inoltre ancora su un numero di Marie-Clare del 1983-1984 si legge:
“Per l’inverno, Azzedine Alaia è riuscito a sposare gli estremi. Nelle sue linee fragili, lo stilista opprime la donna in pesanti cappotti, solidi e quadrati, dalla lunghezza tre-quarti in pelle di pecora, in cappotti di lana, giacche di pelle foderati di lana, e modelli da motociclisti corti di pelle grossa.”
Nel gennaio del 1983, Fanny Ardant, che fu poi ripresa in un film di Francois Truffaut, posò sulla copertina del magazine Elle in un completo di pelle creato da Alzzedine Alaia. E’ stato l’uomo che ha scoperto Naomi Campbell all’età di quattordici anni e che ha vestito star internazionali dal calibro di Paloma Picasso, Cher, Grace Jones e Tina Turner.
“Il mio lavoro consiste nel seguire e nel riscoprire il corpo. Trovo un posto giusto per le spalline provando l’osso qui e qui. Stringo e piego, tiro in modo tale così che la materia prenda forma sul corpo. Il mio piacere risiede nel salvare la bellezza”.
La magia dei suoi abiti è che, pur essendo sexy, non sono mai esibizionisti: anzi spesso risultano sacri.

La pelle e la maglia sono i materiali preferiti di Alaia, forse per la natura opposta della loro peculiarità: la maglia morbida e cedevole, la pelle struttiva e robusta. Questi estremismi sono tipici del suo stile: trovare armonie nei contrasti è per Alaia un modo per far esprimere le donne.
Una delle sue invenzioni è stata la trasformazione della maglieria in armatura dal taglio traliccio ‘moucharabieh’ – una pelle simile al pizzo intrecciato con disegni presi di ispirazione dalle moschee del Marocco .
Tra le sue spettacolari creazioni troviamo il famosissimo abito zingara, adottato nel 1994 da Jean-Paul Goude per l’esposizione “Moda Gitana” al Louvre. Ma troviamo anche creazioni sexy e provocanti ad esempio le reti come vestiti, corsetti in forme diaboliche, abiti guepière in pelle nera.
Alaia inoltre rienterpretò il classico, come le giacche degli aviatori in pelle foderato di lana. Creò anche una giacca asimmetrica in pelle rossa con delle croci e zip di metallo, indossato da Veronica Webb su una copertina di Elle del 1986.

Azzedine Alaia con modelli aderenti e avvolgenti dallo scoperto richiamo sessuale. A sinistra abito rivelatore per le aperture sui fianchi legate da lacci, appartiene alla collezione primavera-estate 1986; a destra: una gonna perfettamente modellata collezione estate 1992

Le donne dal corpo snello e agile, come quello della modella nord africana dai capelli e dalle labbra rosse di Farida Khelfa, divennero l’emblema di questi anni. Per Jean Paul Gaultier, Farida fu la parigina dei parigini. “Non ha niente a che fare con la borghesia, era la ragazza della classe operaia del quartiere Arabo”- così la definì il creativo francese.
Il basco in pelle indossato con una giacca dai bordi increspati, la pelle dorata sul modello Perfecto, giacche stampate in motivi di palloni da calcio, Gaultier accoppiava, metteva insieme familiari fonti di ispirazione con eccentrici tagli.
Rifiutando di separare in modo netto le collezioni femminili da quelle maschili, abbigliò l’Homme Fatale, l’uomo tutto muscoli, facendolo assumere come atto di seduzione e parte dell’oggetto sessuale, in gonne o in giubottini borchiati Perfecto in pelle e metallo.
”L’ironia è una delle mie forze motrici. Amo in modo ambizioso affermare le mie idee, demolire lo chic, gli abiti conservatori e alla stessa maniera nobilitare gli abiti volgari, kitch”.
Battezzato fin dalla sua apparizione “l’enfant terrible de la mode” Jean-Paul Gaultier resterà sempre legato a quell’immagine sovversiva che, scioccante e innocente al tempo stesso, fa di lui il più alternativo dei grandi creatori di successo. Nessuno meglio di lui ha incarnato l’estetica, gli atteggiamenti, i desideri e l’ambiguità di un’intera gioventù.
Fu alla vigilia di questo decennio degli eccessi che Jean-Claude Jitrois si lanciò nel mondo della moda facendo della pelle la sua firma.
La sua specialità è proprio la pelle, al tal punto da creare nel 1993 un tipo del tutto innovativo: la pelle stretch, una combinazione tra pelle e tessuto stretch elastico.
Creatore di moda conosciuto a livello mondiale, gioca con la materia e diversifica le sue creazioni senza mai perdere la mano.
“Ho creato una pelle che unita al quella del corpo, dà un incredibile sensazione di fiducia in se stessi”così racconta Jitrois.
Il corpo delle modelle, allungati e rimodellati, rappresentano l’elasticità e la flessibilità dei vestiti: la parte superiore rivestita da strisce di pelle, in pitone o coccodrillo, viene assemblato su una canottiera di tulle. Jean Claude Jitrois vede di adattare le sue foggie anatomiche nella pelle stretch, per dare l’illusione di aver perso qualche taglia.
“Questi pantaloni sono delle anti-protesi, sono la pelle di un movimento”, dichiarò riferendosi alla sua Pelle Jean, una pelle blu con la caratteristica di aumentare la luce del colore progressivamente con i movimenti delle gambe, causati della presenza del cotone colorato di Lycra.
Il padre, ufficiale dell’esercito e il suo giubbotto profumato, hanno influenzato fortemente su Jitrois, come è stata la figura di Gary Cooper nel film “For Whom the Bell Tolls”.
Gli uomini muscolosi del grande schermo come Arnold Schwarzenegger, Dolph Lundgren, Sylvester Stallone, sono stati tutti fans delle creazioni in pelle di coccodrillo e di pitone di Jitrois. Brigitte Nielsen, ex moglie di Stallone, è stata la sua musa ispiratrice negli anni Ottanta e posò per vari scatti fotografici, come ad esempio indossando un abito rosso di pelle di agnello.
Inoltre Jitrois avrebbe creato quasi trecento pezzi per Elton John, includendo il giacchetto da motociclista color porpora ricamato con monocoli d’argento e un altro ricamato con papaveri. Mentre Johnny Halliday, un altro rockettaro amante della pelle, aveva commissionato a Jitrois circa cinquecento pezzi sia per gli spettacoli che per la vita privata.



Alcune delle creazioni in pelle di Jean-Claude Jitrois

Ma il fenomeno del decennio fu Chevignon, trionfando per circa dieci anni con le giacche degli aviatori in pelle invecchiata.
In Francia alla fine degli anni Settanta, in una zona vicino Avignone, un gruppo di amici apre il negozio di abbigliamento americano vintage con l’intenzione di ricercare il lifestyle cool della California. Ed è lì che nel 1979, Guy Azoulay, un ragazzo appena ventenne, taglia il suo primo blouson da una pezza di pelle invecchiata che con l’aiuto dei conciatori di Mazamet, sviluppò questo processo accelerato di invecchiamento, che chiamerà per l’appunto ‘pelle antica’ per poi fondare l’azienda Charles Chevignon.
Ma è nel 1981 che Azoulay, stilista e direttore generale della Chevignon, inizia un vero e proprio lancio commerciale del suo ormai famoso giubbotto in pelle invecchiata. Alla collezione pret-à-porter i buyers piombarono tutti sulle giacche in pelle. Tutti adottarono questo nuovo e conteso oggetto: la cantante Withney Houston, l’attrice Sophie Marceau, la Principessa Stephanie di Monaco: tant’è che a una festa all’Elyèe Matignon le persone avrebbero soffocato dal caldo pur di restare nelle loro giacche di pelle.
Il successo è immediato e in meno di due anni la società quadruplica il fatturato e il blouson Chevignon in pelle diventa un emblema mitico tra i giovani francesi che si riconoscono nell’american dream.
“Lo spirito di Chevignon ha a che fare con il gusto dell’autenticità, nel ripristinare le cose vecchie. Questo diventa un nuovo classico. I più piccoli dettagli aiutano a far crescere il mito” spiega Azoulay.
Il successo fu incredibile, tant’è che nelle scuole i bulli derubavano gli altri ragazzi per le loro giacche nere Chevignon.
Su un numero di GAP del gennaio 1983 si legge a riguardo: “ Giubbotti foderati di pelliccia, giubbotti da aviatori, guanti di pelle, felpe a tessuto Fair Isle (fantasia intrecciata per gli indumenti in lana) capotti degli anni Cinquanta..I ragazzi non fanno alcuna differenziazione specialmente se sono confortevoli, di due taglie più grandi piuttosto che una: i loro vestiti non hanno niente di convenzionale o conformista..l’unica cosa che cattura e che stupisce nelle strade è la pelle antica.”
Le destinazioni favorite a livello di abbigliamento per i ragazzi di questi anni erano Chevignon, Chipie, Liberto, Creeks&Jess e i mercati delle pulci a Vanves e Montreuil in Francia.
La pelle mania degli anni Ottanta incentivava numerosi brand alla ribalta come ad esempio Japa Jacky e Patrick Rubenstain che si lanciarono sul carrozzone della moda. Alla parallela di Rue de la Paix, a Parigi, offrivano il ‘Graffin Jacket’, giacchetto pieno di tasche, cinghie e fibbie nello spirito post-apocalittico.
Inoltre sempre a Parigi Gerard Saint-Albin nella sua boutique faceva a maglia pullover e vestiti di camoscio. Ma i modelli più inventivi si potevano vedere nella boutique di Marithè et François Girbaud che in quel periodo distribuivano il loro marchio Compagnie des Montagnes et des forets (la compagnia delle montagne e delle foreste).
In questi anni di assoluta stravaganza, il bomberino degli aviatori fu al top delle classifiche. L’azienda Avirex produceva il famoso giacchetto di pelle a toppe invecchiato indossato da Kelly McGills e Tom Cruise nel film ‘Top Gun’.
Fondata nel 1975 il brand ha anche disegnato le giacche per il film ‘The right stuff’ con Sam Shepard. Anche i presidenti americani come Ronald Reagan e George H.W.Bush indossarono il giubbotto dell’Avirex nel loro tempo libero, dando ancor di più quel simbolismo del lifestyle americano.
Accanto al famoso giubbotto degli aviatori in pelle d’agnello, uno dei più venduti fu il giubbotto ideato dalla Mac Douglas preso da ispirazione dal modello della polizia svedese in pelle di agnello molto resistente.
Alla Mac Douglas, il colosso dei giubbotti in pelle e di quelli imbottiti di pelliccia, c’era una preferenza per la pelle invecchiata dal look piacevolmente avventuroso. La pelle veniva puntualmente asciugata per otto ore in delle botti con pietre pomici oppure veniva strofinata con tappi di sughero per ottenere un effetto morbido e delicato. Inoltre era cosparsa o con della cera delle candele o con un miscuglio di oli e cera d’api, oppure imbevuta in cera di paraffina.
La compagnia arruolò Anne-Marie Beretta, poi Claude Montana che ha acquisito in questa azienda la sua fama.
I giubbotti con i colletti rivolti verso l’alto, i vestiti con la doppia fila di bottoni, cappotti con maniche pipistrello e pantaloni da sci: tutto era fatto di pelle con collezioni che variavano in 700 stili diversi.
Ribelle ma non troppo, la pelle impose il suo autorevole look nel guardaroba di questi anni “d’oro”. Il giacchetto nero di pelle, le Doc Martens, simboli di rivolta dell’agitazione giovanile degli anni Sessanta, divennero di moda come la giacca di pelle invecchiata che Harrison Ford indossa in Indiana Jones, divenendo un classico. Inoltre anche il Perfecto riemerge con una moltitudine di zip e stringhe.
La differenza con gli anni Sessanta è il fatto che l’abbigliamento in pelle non spaventa più nessuno. Anzi, al contrario, diviene un emulazione, un must da parte di tutti. Dai giacchetti neri simbolo dei gruppi violenti, si è passati ai giacchetti neri alla moda, un oggetto cult del guardaroba contemporaneo.

Indossato come una giacca da sera, il vero Perfecto abbinato a jeans e bandana annodata alla nuca adornava le star che frequentavano i locali in di Parigi. Da Samantha Fox a George Michael, le superstar internazionali adottarono questo look da rocker. Anche Annie Lennox e Dave Stewart degli Eurythmics indossavano sul palcoscenico una redingote e dei pantaloni di pelle borchiati creati da uno stilista americano, Matthew Bixler.
Gli anni Ottanta sono anche gli anni del divismo, personificati da personaggi carismatici, quali Madonna e Michael Jackson, il quale pavoneggiava nel suo completo di pelle, caratterizzato dai pantaloni sopra alla caviglia nel suo primissimo video musicale “Billy Jean”, mentre si mostra come uno zombie in “Thriller” vestito con una giacca in pelle rossa.
L’infaticabile icona di un’intera generazione, Madonna, invece ha femminilizzato il giacchetto nero portato con gonne e mezzi guanti a rete.
La forza di Madonna consiste nel saper essere specchio del pubblico, immagine idealizzata del nostro tempo. L’azione tambureggiante ed ossessiva dei media, applicata da un look efficace, è formula vincente per la creazione di un mito. Madonna ha bisogno di trasgredire, di scandalizzare mettendo a nudo il sacro e il profano, l’ambiguità, il sesso (attraverso anche il libro “SEX” scattato dal famosissimo fotografo Steven Meisel). Nemmeno nel campo dell’abbigliamento esita a compiere le più incredibili scelte e performance. Madonna aggiunge il sesso mescolandovi liberamente rosari e croci, perle e catene, decolletès profondi, top di pizzo traforati per un sexy che mette in evidenza i reggiseni scuri, pantacalze aderentissimi, mezzi guanti di pizzo o di pelle e un’ incredibile serie di bracciali dove pelle, cuoio, metallo e strass divengono il proseguio del discorso sexy mescolato al sado-masochismo. E’ un abbigliarsi contro ogni regola, un cocktail di nude-look e superaccessoriato indossato trasgressivamente contro ogni regola del bon ton, con tale sovrabbondanza di elementi da apparire la nuova linea e informare tutta una moda giovane.

Madonna nel periodo “Like a virgin”indossa mezzi guanti a rete e crocifissi con il giubbotto nero in pelle; 1985



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