giovedì 4 settembre 2008

IL PORNOCHIC: DALLE APPROPRIAZIONI DELLA MODA ALLE CAMPAGNE PUBBLICITARIE.

“La nostra oscenità non è tanto la faccia celata, nascosta…è lo specchio delle nostre tecnologie, la tecnologia del sesso, dell’informazione, della rete di comunicazione e

dei sistemi in quanto siamo tutti finalizzati a infrangere la galassia della segretezza.

E’ talmente così trasparente..”

Jean Baudrillard


Il punk fu molto probabilmente il primo a trasformarsi in un fenomeno di moda e a sfociare nel fetish. Nel famosissimo sexy shop londinese ‘Sex’, Vivienne Westwood e Malcolm McLaren vendevano l’intero repertorio bondage: tutti quegli oggetti che la società aveva ignorato o che aveva girato le spalle.
Gli stilisti, che hanno vissuto nel periodo punk, negli anni Ottanta si appropriarono del vestimentario tradizionale del sado-machismo lanciandolo alle luci della ribalta.
A intervalli regolari, corsetti e quant’altro riappaiono nel mondo della moda con Jean Paul Gaultier, il quale creò il famosissimo bustino a cono per Madonna per il tour mondiale del 1991. Azzeline Alaia intrappolò la vita con una cintura di pelle traforata, mentre Thierry Mugler creò delle gonne fatte in fasce di pelle nera che assomigliavano a delle corde, giocando con simboli vestimentari del mondo gay e del sado-maso.
Nel 1992 la collezione bondage presentata da Gianni Versace attrasse le maggiori testate della stampa come il New York Times che pubblicò questo titolo: “Chic o crudele?” Alcuni vedevano i costumi sado-maso dello stilista italiano come la visione misogina della donna, altri invece la figura assertiva delle Amazzoni.
“Oggi, il bondage, la gomma, la seconda pelle, gonne lunghe attillate, abiti strappati, stivali con stringhe- l’intera fantasia fetish- sono tutti reperibili direttamente da Alaia, Gaultier, Montana, Versace…” Così si leggeva su una pubblicazione di Vogue America del 1992.
Nella metà degli anni Novanta, Jean Claude Jitrois ebbe l’idea di creare una pelle stretch di alta qualità, composta da una percentuale di cotone elastico. “Non si tratta di un indumento soffocante, restrittivo. E’ un pezzo di pelle applicato a un altro pezzo, quasi come dei pantaloni ortopedici. Uno specchio che cattura la luce e lo sguardo di altre persone” dichiarò lo stilista. Jitrois spinse la sua fantasia al punto tale da realizzare un paio di pantaloni in pelle oversize, enormi, paralizzando le gambe con pannelli di polistirolo.
Agli albori del terzo millennio, il porno chic con successo afferma la sua rivincita sul minimalismo. Dopo un decennio di una rigorosità austera, con il monotono tono del nero, la moda ha ricreato dei nuovi codici per se stessa.
Nel 2000 nella collezione Haute Couture di Dior, Jhon Galliano si ispirò alle lettere scritte da Sigmund Freud a Karl Jung alle origini del feticismo. Tutti i classici oggetti del guardaroba sado-maso furono rivisitati: le selle di pelle, le criniere dei cavalli, corsetti ortopedici, le divise delle guerriere in pelle grigia, guanti allacciati fino alla spalla e il cappio degli impiccati come collane. “La nuova donna di Dior è trash: porta i capelli scompigliati, le cosce unte di grasso e ha uno sguardo allettante”: è così che la rivista femminile Vogue di un numero del 2000 descriveva la collezione di John Galliano.
Per Galliano il ‘New look’, lanciato da Christian Dior nel 1947, si avvicina molto al sadomasochismo come la moda d’altronde si è lasciata prendere da questo lessico sessuale.
Da Givenchy a Commes des Garçon, gli abiti sfoggiano dei segni ben precisi che prendono spunto dalle pratiche bondage. Polsini borchiati e collari per cani, stanno a significare le pratiche sessuali “hard core” nel linguaggio codificato del sado-maso e trovano una loro visibilità anche nelle collezioni maschili come ad esempio di Xavier Delcour e di Sèbastien Meunier.
La linea Rive Gauche di Yvès Saint Laurent proponeva degli alti stivali in pelle- tra l’altro uno degli accessori più fotografati della collezione invernale del 2001- che richiedevano almeno 20 laccetti per stringerli.


















Influenze sado-maso per la collezione Dior del 2002; a destra l’attrice e cantante tedesca Ute Lemper in un completo in pelle e velluto nella sfilata del 1995 di Thierry Mougler

A Londra, i giocattoli del sesso come i vibratori e quant’altro fanno la loro comparsa nei conceptal store, nei grandi magazzini e nelle più prestigiose boutique come quella di Sonia Rykiel rinforzando e sostenendo in questo modo il trionfo della sessualità nella moda e nella vita comune, che poi successivamente questi articoli verranno anche analizzati dalle maggiori riviste di moda femminili.
La lingerie di pelle, una volta nascosta dietro le vetrine di velluto rosso dei sex shop, ora trova posto anche nelle collezioni di moda Haute Couture. E’ un tipo di biancheria che viene usato più per mostrarlo che per proteggere le parti intime avvolgendo il corpo come un guscio tra cinture, corsetti, bustini e stringhe di pelle.
Il pornochic è un fenomeno che non si arresta soltanto alla moda ma sconfina anche nella pubblicità di prodotti come profumi, accessori, auto di lusso, ecc..
Il personaggio principale di tale fenomeno è la donna bruna dai lunghi capelli ma le pubblicità francesi e anglosassoni privilegiano le bionde, associate a un’idea adolescenziale. Queste figure, anche se non troppo belle, sono quelle preferite dagli uomini macho in quanto catalogate come donne ingenue, a differenza invece del “cervello marrone” più maturo, più intelligente e dominante. In quanto alle rosse, il destino le riserva una triste sorte perché sono quelle che si avvicinano di più, in un certo senso, alla prostituzione e alla lussuria (gioielli, pellicce, velluto, seta e via discorrendo), mentre negli spettacoli sado-maso vengono messe in scena femmine dai capelli meschati per dimostrare il loro potere di seduzione e di dominio.
Le pubblicità pornochic consistono nella rappresentazione di una donna degradante, alienante e disumanizzata che contribuiscono a disegnare una trama narrativa in cui lo schema è totalmente violento. Questo fenomeno è fortemente influenzato dal cinema hard che ne prende in prestito dei codici aggressivi comprendono specialmente la rappresentazione di rapporti sessuali. Il risultato è una ricostruzione di atteggiamenti, di posture e di sguardi tra i soggetti.
Ma gli effetti captati da questa asimmetria sono per lo più negativi- come può essere l’ipocrisia, l’inganno e così via- mentre se sono positivi si traducono nella sensualità.
Queste scene di iper-sessualità e di riferimenti animaleschi, riflettono simbolicamente a una forma di violenza quali possono essere l’aggressione, la dominazione, gli insulti, gli strupri ecc. Le violenze fisiche, a loro volta, possono essere rappresentate attraverso dei segni ben precisi: donne dagli occhi neri- o dagli occhi colati dal trucco- donne sottomesse, lividi sul corpo, abiti strappati…
Un po’ come fa oggi Alexander McQueen, quando spedisce sulla passerella modelle apparentemente stuprate, violentate, per sottolineare – dice- l’indomita capacità di resistenza e di vittoria di tutte le donne.
In una forma provocatoria, le campagne pubblicitarie da Gucci a Dior fissano la tonalità per questa nuova estetica. La mano schiacciata dal tacco stiletto nella campagna di Louis Vuitton; le lesbo-chic dai corpi unti legate per mezzo di stringhe in quella di Dior; la bionda Kristen Owen ai piedi dell’ enorme cane di Ungaro con la museruola di pelle borchiata; la modella con i peli pubici rasati nella forma del marchio G di Gucci: tutti i più famosi brand si immergono in immagini davvero stravaganti, con il risultato di divenire ancora più comuni nell’ esposizione eccessiva. In Inghilterra la campagna pubblicitaria del profumo Opium di Tom Ford per Yves Saint Laurent, che mostra Sophie Dahl stesa su un telo di velluto in un atteggiamento
eccitante, fu addirittura censurata da tutti i tabelloni pubblicitari inglesi.

campagna pubblicitaria Versace 2003 fotografata da Steven Meisel







Per quanto riguarda la rappresentazione della donna nella pubblicità di moda esistono quattro tipologie differenti: la pubblicità ugualitaria, discriminante, aggressiva e angosciante.
Nella pubblicità ugualitaria domina il senso di parità sessuale tra l’ uomo e la donna senza alcun segno di gerarchia. In queste pubblicità, la donna è ben identificata dalla sua femminilità e non si pone né nel ruolo di dominatrice e né nella parte di quella che si fa dominare. Non ci sono tracce di elementi discriminatori ma pubblicità di questo genere sono poche numerose.
La pubblicità discriminante, invece, è fatta di immagini stereotipate poiché contengono simboli di discriminazione in base al genere sessuale. Infatti gli uomini e le donne, in presenza reale o implicita, dominano l’uno sull’altro partendo dall’equazione: ruolo sesuale=discriminazione=sessualità misogina (che per la maggior parte equivale al disprezzo verso le donne e alla dominazione dell’uomo sulla donna).


A sinistra pubblicità ugualitaria di Calvin Klein; a destra pubblicità discriminante del profumo Gucci: in questo caso è la donna che domina l’uomo.

La pubblicità aggressiva si caratterizza da uno sfondo morboso, eccessivo, smaniato o con un sottofondo di morte dove le paure e le ossessioni latenti sono le vere sorgenti dell’ipersessualità. Esse si riferiscono a pratiche sessuali aggressive e trasgressive, in linea con la dominazione di un sesso sull’altro. La donna spesso è vista con quel senso animalesco che alcune volte diventa anche un oggetto sessuale. Infine la pubblicità angosciante mostra che l’identità sessuale è disturbata, distorta rappresentando la preoccupazione al cambiamento della sessualità. L’angoscia è legata alla nuova generazione della clonazione e alla paura delle tecno-scienze soprattutto nel campo della genetica e della modificazione del corpo. Questa riflette sull’orrore degli attacchi del singolo individuo che li porta a una visione dell’umanità in pericolo.

A sinistra pubblicità aggresiva by Gucci; a destra pubblicità angosciante Yves Saint Laurent.


Ma prendiamo un esempio di come il pornochic imperversa nella pubblicità di moda e di come questa tendenza tende a sensualizzare le immagini mettendo l’accento sulle competenze dell’ipersessualità (distruzione, disordine e riferimenti all’animalesco che si fondano simbolicamente in una forma di violenza): la pubblicità del profumo di Jean Paul Gaultier “Fragile”.

Il personaggio principale è ovviamente una donna dai capelli neri e corti ed è vestita solo da un pezzo di tessuto nero che ricopre parzialmente il suo corpo. La circondano tre uomini nudi: uno si tiene dietro di lei mentre gli altri due le tengono rispettivamente una gamba. I tre uomini sembrano sostenerla e questo ci permette di pensare che essa non è per niente in posizione di dominazione. La donna è elegantemente pallida e il color della sua pelle- bianco latte- contrasta fortemente con lo sfondo nero. In secondo luogo, si nota il contrasto tra la sua pelle e quella dei tre uomini. Loro sono abbronzati, ma non troppo, e questo particolare fa pensare che questa donna sia morta. E non è soltanto il colore della sua pelle ad avvicinarsi a ciò: dall’espressione del viso che è spento, in coma, dal corpo sorretto dai tre uomini in una posizione particolare. Il tutto rinvia alla rigidità cadaverica.
Una femmina “fragile” che tre uomini devono trasportarla prendendo ogni tipo di precauzione mentre lei è disincantata e disumana.

Questa pubblicità riflette inevitabilmente una sensualità poderosa mischiando l’idea della morte: si confronta con la rappresentazione erotica e l’angoscia della morte, argomento di interrogazione profonda della società di oggi giorno. Questa pubblicità si inserisce nello schema aggressivo del pornochic: gioco di contrasti e di colori- nero e candido- di posture, di atteggiamenti. Gli uomini dominano la donna su tutti i piani: sono in tre, sono vivi e solidali. La donna sembra morta e questa si traduce nella violenza, nell’animalità e nelle pratiche trasgressive ( i tre uomini la tengono come una preda- destrutturazione di posture e di sguardi). Si può anche pensare che questa pubblicità sia inscritta nello schema angosciante del pornochic poiché le identità sessuali sono un po’ confuse.
L’ambito della fotografia di moda può essere opportunamente diviso (anche se oggi la postmodernità tende a mescolare tutto a livello di stili, di concezioni, di rapporti più o meno tangibili con il reale) in due tendenze: l’una realista, che tratta la moda nell’ottica verista di reportage; l’altra creativa (che non indica un valore in rapporto alla prima tendenza) situa la moda in un mondo più rarefatto e fantastico, inaccessibile, a volta intimista, ma comunque sempre sofisticato e distante dalla quotidianità della maggioranza.
Se l’identità della fotografia, nelle proprie multiformi possibilità espressive, può prescindere dalla moda, non è vero il contrario nel senso che la moda ha trovato e trova nella fotografia uno dei suoi principali mezzi di conoscenza, di diffusione e di affermazione della proprie creazioni. La moda non è fotografia, ma la moda senza fotografia resterebbe qualcosa di separato dalla comunicazione sociale o non potrebbe quindi assumere quel fenomeno di carattere di massa, internazionale e planetario, che ne costituisce una delle dimensioni di maggiore importanza per la sua identità (cosa che la moda non era prima della fotografia di moda: nel senso che era di elite riservata alle classi sociali di alto rango come lo è stato d’altronde fino agli inizi del ‘900).
Uno dei caratteri essenziali delle società industrializzate moderne consiste nel fatto che alcuni gruppi sociali di estensione assai variabile si impossessano di una determinata forma trasformandola in norma. Tale norma viene applicata in maniera scrupolosa, e a volte febbrile, per la durata di mesi o di anni e poi viene abbandonata in favore di un’altra forma-norma. E’ questo uno dei meccanismi essenziali che stanno a fondamento della moda. In questo campo non esistono più leggi né norme di carattere obbligatorio, al di fuori di quelle che impongono a determinare categorie di individui di indossare uniformi o certi abiti dipendenti dalla funzione svolta.
Le migliori fotografie di moda di solito, non sono la semplice raffigurazione fotografica dell’apparenza di un capo di vestiario: sono sempre qualcosa di più e di diverso scatenando la fantasia di chi le osserva.

“Una delle funzioni dell’arte popolare è sempre stata quella di fornire alla gente delle esperienze negate dalla realtà: un assaggio di romanticismo, glamour, avventura, pericolo. Ma forse man mano che la vita di ogni giorno diventa sempre più omogenea, la gente ha bisogno di brividi sempre diversi. Oggi la maggior parte delle persone ha contatti con il pericolo di seconda mano- ai concerti rock, al cinema, alle partite di calcio-: la violenza come spettacolo si è integrata nella vita”

New York Magazine, 29 novembre 1976.

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