“Semplicità vera o apparente?”

Con gli anni Novanta si chiude un ciclo di moda. E’ forse una semplice parentesi nella lunga storia dell’abbigliamento? Dopo tutto, la moda non è sempre esistita. Può svanire da un giorno all’altro per lasciare il posto ad altre passioni, altri modi di esprimersi, di proteggersi, di distinguersi.
Già diversi designer attratti dalle nuove tecnologie propongono con regolarità delle armature nelle quali il gusto del momento cede il posto al funzionalismo puro.
A forza di eliminazioni, di semplificazioni, di pentimenti, la moda degli anni Novanta si è sintonizzata su un nuovo grido di guerra: “Minimalismo”. Termine preso in prestito dal vocabolario dell’avanguardia artistica degli anni Settanta, il minimalismo ha giustificato la massima semplicità. Non sempre però può scusare una certa povertà.
Nello stesso tempo questo ascetismo non rinuncia alla qualità dell’oggetto, anzi quest’ultimo è attentamente studiato nei materiali preziosi, nei colori e negli accostamenti molto sofisticati. Inutile rilevare quindi che, pur ponendosi come corrente in alternativa alla soverchiata politica dell’immagine e del look, di fatto anche questa non è che un’altra moda, forse meno eclatante nei contenuti e nelle formulazioni, ma pur sempre caratterizzata da segnali ben precisi nei colori, nei tessuti, nell’apparente asceticità.
Il nero che imperversa da Chanel a Yamamoto passando da Sonia Rykiel o da Alaia, dopo essere stato un fenomeno singolare nella moda, è diventato onnipresente nelle sfilate più fra il pubblico che sulle passerelle.
Come nota il quotidiano francese Le Monde nel 1993 “Il Nero è presente più che mai nella vita quotidiana, dai vestiti, agli uffici, alla casa. Rassicura e si afferma come sfondo in un periodo in cui questo non-colore sta diventando il gusto standard contemporaneo.”
Le ultime improvvise esplosioni della Femme fatale di Thierry Mugler o La Lola nei baschi di Chantal Thomass, sembrano ormai far parte dell’estetica raggiante degli anni Ottanta. Il nero negli anni Novanta non illumina niente di ciò che egli rileva: si comporta come una barriera, il colore delle tenebre, dell’oscurità di un malessere economico e morale proprio di questo decennio. L’unica salvezza è nel grigio.
“La moda si ripulisce da sola dagli eccessi e crea cosa è veramente autentico nella sua nuova religione. All’inferno gli eccessi degli anni passati: il culto degli idoli, carnagione pallida e labbra rosse.”
Malgrado gli sforzi di qualche sarto imperterrito di difendere l’abito elegante e i suoi ornamenti, la concezione di donna agghindata è praticamente scomparsa.
Dopo le stravaganze dorate degli anni Ottanta, il riciclaggio e l’ascetismo entrano di prepotenza nella moda. Il nero, il grigio carbone, il beige, e i colori in tonalità del mezzo grigio sono neutrali e multiuso. Addirittura i negozi espongono clinicamente vetrine sobrie e un arredamento pallido.
La moda a inizio decennio finisce di essere così divertente, ironica abbandonando i suoi eccessi in favore di una dottrina del ‘poco è meglio’.
Quest’estetica puritana mette al corrente le giacche pulite e perfette e gli abiti delle monache espressioniste della designer Jil Sanders, discepola del lusso discreto. Esalta un androgino-femminile la cui estrema sobrietà si coniuga con la raffinatezza dei seppur minimi dettagli. I materiali spesso nuovi, il taglio perfetto, i colori neutri costituiscono i fondamenti di una linea davvero unica.
“Viviamo in un periodo di egoismo. Le persone si proteggono e si gratificano da sole. Dopo l’era della cura dell’apparenza e del peso, le persone sono ossessionate dalla salute. Ma niente è per sempre. C’è sempre qualcosa da sconfiggere”, così si esprime la designer tedesca, la prima ad imporre uno stile intellettuale, minimalista e contemporaneo. Si è distinta per le sue linee epurate, per i tessuti corposi, per i tagli netti che lei stessa aveva definito incisi ‘con il coltello’. In questo periodo alcuni dei suoi articoli divengono rapidamente dei classici: le camice bianche, le T-shirt rigate e le giacche di pelle.
“Giusto a quando la moda sta divenendo un grigiore, non sarebbe meglio offrire come antidoto un illusione di fantasia?” domanda posta da Anna Wintour, direttrice di Vogue America, a Calvin Klein. “No. E’ un qualcosa per il cinema.” Risponde Klein. Il fashion designer del Bronx americano detta un concetto incoraggiante che comprende tutto il funzionalismo sofisticato. Le sue creazioni hanno un fil rouge comune: tagli semplicissimi e rigorosi in modo tale che le donne possano indossarli con completa confidenza dall’inizio della giornata fino alla sera. Le sue giacche in pelle d’agnello e i vestiti a tunica sono di un ghiacciato minimalismo estetico come d’altronde lui stesso ama sostenere.
Un’ altra designer che ha influito nella moda americana è senza dubbio Donna Karan, creando del suo marchio un lusso discreto. Abiti confortevoli, eleganti e versatili, quintessenza della moda, include materie pregevoli come il cashmere, la pelle, tessuti che avvolgono e scolpiscono il corpo da indossare a tutte le ore del giorno. Per Donna Karan, non è mai ciò che si indossa, ma è nel lifestyle, nello stile di vita; tant’è che ha incluso nel suo marchio Donna Karan New York facendo proprio riferimento alla grande città frenetica e cosmopolita.
“Tutto quello che creo è sostanza per il corpo, per la mente e per l’anima”.
Il segno del minimalismo si avverte nelle creazioni di Calvin klein, uno dei grandi predicatori di questa tendenza
Dagli americani passiamo a un giovane cubano, Narciso Rodriguez. Il suo motto è “fedele alla pelle”, la quale rimane una costante nelle sue collezioni. Infatti Rodriguez, con linee sobrie, lavora la pelle come se fosse un tessuto: abiti e vestiti fatti in pelle di agnello, pantaloni in pelle nera e camice bianche. Tutt’ora, oltre alle collezioni che portano il suo nome, disegna dal 1997 una linea di abbigliamento per il marchio di pelletteria di lusso Loewe.
Durante gli anni Novanta si verificano dei mutamenti rivoluzionari. Si dispone di una gamma di stili assai più vasta di quanto fosse mai accaduto in passato. Le riviste non presentano più la tendenza dominante della prossima stagione: al contrario, mettono in risalto la varietà dei temi, di forme e materiali che vengono proposti.
Nella prima metà del decennio vengono ripresi certi stili degli anni Sessanta e Settanta come le minigonne e pantaloni a zampa d’elefante, abiti hippy, suole a zeppa, vestiario punk, mentre si manifestano una serie di altre tendenze, da quella avventuristica cyberpunk alle mode ecologiche, agli stili etnici, al grunge, al recupero delle uniformi scolastiche e dei capi dello sport. Nello stesso tempo, una quantità di stili tipici di varie sottoculture sopratutte derivate dai generi musicali venuti alla ribalta in quegli anni vengono elevati a dignità di moda: sulle passerelle salgono così pseudo teddy boys, mods, ragas e b-boys .
Con il progredire del decennio, l’industria della moda sembra sempre più confusa e sempre più incline a creare forme di pastiche, o anche a recuperare fogge antiche partendo dagli stili più importanti del passato. I fashion designer sono spesso considerati veri e propri maestri dello stile, capaci di interpretare le idee classiche per un mercato sempre più variegato, dominato dalla pubblicità e dalle tecniche di marketing non meno che dal talento creativo.
Negli anni novanta, inoltre esplode il fenomeno delle top model, incarnate da Linda Evangelista, Naomi Campbell e Cindy Crawford. Per non parlare poi del fascino delle supermodel di Jodie Kidd e Kate Moss, che per la loro magrezza hanno fatto allarmare le associazioni adolescenziali, mentre icone del puro minimalismo estetico sono le bionde Gwyneth Paltrow e Carolyn Bassette.
“Tutti in pelle” proclamano i cartelloni pubblicitari nelle stazioni della metropolitana di Parigi dell’inverno 1999. Sembra che la pelle, precedentemente simbolo di distinzione, sia diventata parte integrante delle standardizzazione delle apparenze. C’e una sorta di un fascino, un’attrazione impersonale verso questo materiale che caratterizza specialmente la fine del decennio e di un millennio, durante il quale anche lo stile unisex si appropria di passerelle e cataloghi di moda.
Linee pure, semplici e razionali sono anche il credo di Trussardi, che presententò la prima collezione donna prèt-à-porter nel 1983, e un anno dopo seguì la collezione dedicata all’uomo.
Nei primi anni Ottanta, il marchio dal levriero nobile si adeguò all’idea della pelle nera trattandola come un leggero, soffice e sensuale tessuto di lusso ma anche rendendola impalpabile al tatto. Il designer volle presentare uno stile di vita, che prenderà grande significato con l’arrivo dei concept store in tutto il mondo.
Le modelle dal viso struccato e dai capelli tirati all’indietro, adottano i suoi vestiti in pelle nelle tonalità del cammello, le sue camice nere in pelle d’agnello, i suoi giacchetti con le zip su tutti i lati, che a volte sembravano un assemblamento di ispirazioni preso in prestito dai giubbotti dei motociclisti e dei Kimono giapponesi. Come un vero domatore, Trussardi riesce anche a creare dei splendidi vestiti in pelle di pitone molto flessibili e preziosi.
Un design funzionale realizzato da pelli che venivano lavorate e ri-lavorate, risultati di esperimenti veramente innovativi nella lavorazione del pellame.
Per la sera, le eroine di Trussardi indossano vestiti foderati con scollature precipitose, come i modelli che risalivano all’antica Roma nel 1996. Per l’estate la pelle viene adattata nelle forme di micro shorts e T-shirts fatte di capretto bianco e abbracciando, nello stesso tempo, pelli tecniche combinate con il cotone, gabardine, jersey e camoscio.
“Amo la moda che non si vede” così afferma l’imperatore della moda italiana Giorgio Armani, la quale aquila emblematica della sua griffe, insieme al nome, vola alta nei cartelloni pubblicitari nell’aeroporto di Milano in lettere gigantesche. Prima vetrinista dei grandi magazzini La Rinascente, Armani si schiera nella guardia delle uniformi minimaliste, liberando gli abiti da tutte quelle imbottiture e austerità degli anni Ottanta, facendo della sua giacca destrutturata un nuovo classico rimanendo, anche oltre al suo successo, uno dei capi più ricercati. Questi vestiti proclamano un virtuoso inno alla qualità, intenzionalmente a rievocare l’alta espressione dello spirito. Un appassionato delle giacche in pelle dai tagli dritti e sobri, Armani ha dato sempre un’opportunità alla pelle incorporandola nelle sue collezioni conferendone, inoltre, un’adattabilità e un tocco brillante contro la rigidità aggressiva della pelle rock.
Dall’altro canto la maison Gucci, gioiello della pelletteria italiana, incaricò per la sua rinascita, un giovane designer americano, Tom Ford nel rimodernizzare l’immagine del brand, scatenando un vero e proprio terremoto. Collezioni chic e choc, una linea di prodotti che hanno riportato l’ascesa di Gucci come il marchio più ricercato del mondo. Il famoso brand delle borse-bambù e dei mocassini col morsetto dorato, sviluppa in brevissimo tempo una linea urbana e sexy di prèt-à-porter in cui la pelle, materia che storicamente firmò la compagnia, gioca un ruolo principale.
Sinistra:
Oramai i fashion designer, come nel caso Tom Ford, si trasformano in direttori artistici che curano l’immagine dei brand: oltre ai vestiti, si occupano anche dell’arredamento delle boutique e delle campagne pubblicitarie.
Come Gucci, i grandi nomi della moda si circondano di giovani designer che creano o rimediano ai nuovi negozi prèt-à-porter: è il caso di Marc Jacobs nella maison Louis Vuitton, oppure di Narciso Rodriguez per rinnovare l’azienda di pelletteria Loewe e Michael Kors da Cèline, di cui la prima linea di scarpe era datata dal 1945.
Gli ultimi colpi della stravaganza arrivano direttamente da Londra, precisamente dal romantico teatrale Jhon Galliano e dall’iconoclasta ribelle Alexander McQueen, che rispettivamente dirigono la moda femminile nelle maison Dior e Givenchy.
Istruito dai sarti di Savile Row, McQueen combina un’aggressiva eccentricità con la tradizione sartoriale Made in England. Sistematicamente la pelle compare frequentemente nelle sue collezioni, come una seconda pelle feticista o come un pezzo scultoreo di vestito: corsetti aderentissimi al corpo, tagli eccellenti dai vestiti senza spalline. Il disegnatore inglese Alexander McQueen, è celebre per aver creato il look “agro chic”, con i pantaloni bassissimi sui fianchi, al punto da lasciare scoperto l’inizio delle natiche e anche per un taglio di aggressiva linearità, che dava esagerata importanza alla vita e alle spalle.
John Galliano invece, per le sue creazioni si ispira a rifacimenti del costume storico, o per essere più specifici sceglie determinati personaggi storici per farne la musa e l’ispirazione dei suoi modelli complessi e intensi, decorativi e spettacolari.
Una delle creazioni ispirate alle armature dei cavalieri interamente in pelle di Alexander McQueen
L’agitazione verso un rinnovamento contemporaneo, scuote anche il tempio del classicismo della casa Hermès nominando Martin Margiela alla direzione artistica nel settore prèt-à-porter femminile, che successivamente verrà ripreso da Jean-Paul Gaultier.
Il belga radical fashion, Margiela, un grande amante del riciclaggio, presentò delle T-shirt fatte con delle buste dell’immondizia. Inoltre alcune delle sue creazioni con le maniche lunghissime e i cappotti alla cavallerizza in pelle d’agnello, le giacche in pelle nera di cervo, le camice in colori ecru, le giacche a doppio petto in nappa di pelle: i suoi articoli diventarono una preziosa compagnia per le donne il cui lusso è sinonimo di discrezione.
Dal 1988, Vèronique Nichanian ha stabilito il destino della collezione maschile prèt-à-porter della stessa maison Hèrmes, rienterpetrando tutti i tradizionali codici del brand, come ad esempio la staffa in pelle e cappotti in coccodrillo.
Adattando la filosofia “dell’innovare nella continuità della tradizone”, il marchio rimane legato a quella che fu la vocazione originale, ovvero il mondo del cavallo.
Dalla visione di Karl Lagerfeld, la bellissima Shalom Harlow indossa un completo in pelle nero Chanel dalle linee pulite e rigorose;
Autunno/Inverno 1995/96
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