sabato 6 settembre 2008

LA PELLE DELLA MODA: GLI ANNI SETTANTA. L'ELOGIO ALLA NATURA.

“E’ proibito proibire".

Pacifici, capelloni, desiderosi di instaurare un nuovo rapporto con la natura: i figli dei fiori rappresentavano il volto mite ed incantato del movimento underground. La non violenza e il pacifismo erano gli obiettivi primari dei giovani hippies che riuscirono a conquistare numerose simpatie, anche presso settori della cultura dominante, come la moda, con la complicità della tragedia vietnamita, la cui escalation di sangue cominciava a preoccupare un numero crescente di persone.
Identificati sia attraverso stampe psichedeliche che a un movimento di ritorno alla natura primordiale, le anti-mode della strada cercavano di eliminare gli eccessi futuristici creati negli anni precedenti. Attraverso il flower power, lo stile pop cede il passo alla cultura hippie. Questa volta si tratta di una rivoluzione bella e buona, le cui esperienze daranno vita a un’antimoda che appartiene solo a se stessa e che, predicata come fonte di una nuova giovinezza, si diffonderà in tutto l’Occidente.
Una volta liberati, i look perdono ogni esibizione. Si riscoprono le tenute un tempo riservate alla classe operaia o contadina : il blue jeans americano si allea con la giacca Mao. Visto come un segnale di individualismo piccolo borghese, il guardaroba tradizionale cerca di non farsi notare e di adattarsi con una commovente buona volontà. Così nei quartieri alti si vedono giacche afgane, foulard indiani, capelli riccioluti, tuniche fiorite, paccottiglia a profusione, tutti gli accessori di una felicità promessa da questi paradisi chiamati artificiali.
Negli anni Settanta si sviluppa un’arte grezza che prende a prestito dalle tecniche artigianali del passato e delle influenze etniche. Tutte le culture del mondo, preferibilmente quelle selvagge compaiono nei negozi dei quartieri. In questi anni di rimessa in discussione si assiste anche a un ritorno alle immagini di un passato vicino. Gli anni settanta saranno retrò quanto li si è voluti hippie.
A partire dagli anni Settanta il ritmo della moda accelera in modo considerevole. L’abbondanza di invenzioni e nuove proposte, emerse nel decennio precedente, si razionalizza e trasforma in maniera irreversibile la strada, la mentalità, l’eleganza e i look. Nel mondo Occidentale cambia il modo di rapportarsi all’abbigliamento, sotto lo sguardo attento di un Oriente che non ha ancora accesso a questo mondi di apparenze.
Si assiste a un ritorno al primario, percorso a ritroso verso le origini, alla ricerca della genuinità, del fatto a mano.
In primo piano passano anche le superfici dei tessuti: si va dal tweed alle lane-ciniglia, al pizzo di lana, alla tela di sacco, alle pelli di daino: tutti questi materiali presentano uno spessore visibile, sono animati da una superficie accidentata pronta ad accogliere l’ombra, a catturare la luce in un gioco di continui rimandi e rifrazioni. La luce non scorre più, come accadeva negli anni Sessanta, sulle superfici lucide, sulla plastica, sulla vernice; ora viene captata dai tessuti grezzi, che entra a far parte della stessa trama.
L’etnico dominava su tutto contribuendo a inserire ingredienti nuovi e vivaci in tutte le forme di abbigliamento del mondo occidentale. Gli hippies furono i primi ad adottare le giacche afgane di agnello rovesciato, gli indumenti in camoscio a frange, i caftani, le bandane e le collane di perline: faceva parte del loro atteggiamento di rifiuto verso il consumismo di una società occidentale. Ormai la moda “avventuristica” dei primi anni sessanta aveva ceduto il posto a un clima nostalgico: gonne e abiti divennero più lunghi, sciolti, fluttuanti, morbidi e indefiniti, tendenti al romanticismo.

Durante il periodo hippie la moda prese in prestito elementi dalla cultura dei Nativi
Americani come ad esempio giacche a frange e stivali morbidi in camoscio;

Nel 1971 il daino naturale è la pelle più usata per realizzare giacche, shorts, pantaloni lunghi, gonne dai contorni irregolari e dal particolare color giallo caldo. La giacca di pelle doveva avere un aspetto di vissuto, deve portare su di sé tracce dell’usura per sottolineare così la componente artigianale e manualistica a scapito di quella industriale.
Si crea così uno motivo che personalizza la semplicità dell’indumento e che, al contempo, non introducendo colori diversi, evita ogni contrasto. Questo stile spoglio prevede anche l’evidenza di cuciture rustiche e arcaiche che sostituiscono il floreale quale motivo decorativo.
Gli abiti sembrano solo abbozzati e impastiti: le singole pelli sono tenute insieme da grandi cuciture, oppure da lacci, che passano attraverso vistose asole, terminato in un fiocco improvvisato.
Materiali sovrapposti, colori nella paletta del naturale, caldi e tinte autunnali come rossastro, bronzeo, tabacco, dorato, melanzana. Le giacche Afgane in pelle di pecora, aggiunsero calorosità agli abiti a stampa fiorellini indossati da Verushka, la bellissima modella tedesca che verrà coinvolta nell’espressione artistica della Body Art.
La morbidezza e l’autenticità della pelle di daino ne fecero un materiale feticcio sin dai primi anni Sessanta per poi continuare per tutti gli anni settanta.
Già nel 1962 Irving Schott, l’ideatore del Perfecto, aggiunse alle sue famosi creazioni, delle giacche stile western con le frange cucite a mano, una per una. Nella collezione che poi verrà chiamata “Bold Ones”, né presentò circa dieci modelli, ispirati essenzialmente dalla cultura west dei cowboy.
Dal Marocco alla Lapponia la moda si imbarcò in un giro del mondo, disegnando le ispirazioni di ogni luogo.
Per un servizio fotografico di moda sul magazine “Salut les Copains”, Jean Marie Pèrier immortalò, nel mezzo della macchia mediterranea, Eddy Mitchell in stivali smussati alla caviglia Stetson, con una giacca a frangia di camoscio.
Contemporaneamente nella moda si assiste alla ricerca dell’insolito, alla nascita dei più disparati accostamenti. “Il guanto patchwork” è uno degli esempi più significativi: ruba le pelli di molti animali: un dito era di cinghiale, l’altro di vernice, una toppa di lucertola e così via..Un idea di Carosa realizzata da Bruscoli.
La seta e la lana, la pelle di daino avvicinata con quella di vitello: si diffonde la passione per i miscugli, per gli accostamenti di materiali diversi, per i patchwork: materiali rurali e originari, che avvicinati creano indumenti composti e ricchi.
In questi anni lo stilista italiano Roberto Cavalli incominciò a stampare dei disegni sulla pelle. Prese della pelle da guanti molto morbida sulla quale applicò ogni tipo di trattamento generalmente usato nella lavorazione della pelle. Tatuandola, stampandola, sgualcendola: erano questi i vari processi che la pelle doveva sopportare per poi farne un dècoupage , un patchwork, un assemblamento di tipi diversi per creare giacche, pantaloni, e specialmente scarpe.
Anche l’altro marchio di lusso italiano Gucci, negli anni Settanta spopola con la borsa bambù conquistando le donne eleganti della jet-society, mentre i seduttori apprezzavano i famosi mocassini scamosciati col morsetto dorato. Seguiranno valigeria, foulard e diversi articoli in tela e cuoio divenuti dei classici.
Intanto a Parigi Yves Saint Laurent nel 1969 presentò degli abiti frangiati in pelle di daino a pelo corto e un cappotto di volpe sopra a una tuta marrone in jersey. Il fashion designer non si identificava in una tendenza futuristica. Dichiarò su un numero di Elle del ’68 : “La donna più attraente che conosca è la cantautrice Barbara. L’esatto opposto dell’odiosa Barbarella di guerre stellari. Barbara in una foto di Avedon è in movimento: è miracoloso come il modo del suo corpo diventa parte dello spazio”
Ben presto anche i tipici abbigliamenti estivi come le lunghe e leggere camicie, vennero tramutate in pelle morbida, specialmente quella di maiale, molto confortevoli.


Diane De Monbrison: in questa fotografia del 1970 indossa una cappotto smanicato in camoscio Mac Douglas, un cinturone in pelle e degli stivali alla coscia in camoscio Nicolas Harle; Una minigonna in pelle stampata Roberto Cavalli, che incominciò a sperimentare con la pelle verso gli inizi degli anni settanta;

Nel 1971 Claude Montana , noto per le sue creazioni di moda, disegnò per l’azienda Mac Douglas una giacca in blu mezzanotte decorato con stelle e nuvole fatte in pelle dai colori dorati e argentati.
Inoltre nel 1976, la Mac Douglas creò un largo cappotto bianco in pelle di agnello, mentre sulla schiena di una giacca in camoscio di pelle, compare una decorazione di una farfalla enorme.
Motivi indigeni e primitivi, furono la caratteristica delle creazioni di Pablo e Delia, una coppia argentina, che aprirono un proprio negozio a Londra. La loro ispirazione viene dalla corrente aristica del Costruttivismo Russo, da Charles Dickens e Lewis Carroll con pendenti a forma di cuore e fiori in pelle, paesaggi immaginari, i colori dell’arcobaleno e creature inusuali stampate su vestiti e accessori.
“Le persone oggi giorno sono più attente all’autenticità dei materiali, non vogliono l’imitazione” si legge in articolo della rivista Gap nel 1975. Questo desiderio per l’autenticità traduce in una larga scala di revival dei grandi classici in pelle: giacche da volo degli aviatori, bomberini, giacche in pelle di pecora, cappotti e giacconi militari.
Per la prima volta , un ditta svizzera introdusse anche un giacchetto da donna in pelle foderato in lana.
Come tutti i figli del consumismo francese, François Girbaud nutrì l’amore verso l’ideale delle tribù dei nativi americani.
“La mia vita è poco interessante, questo perché ho sempre sognato di essere un cowboy o un Indiano”. La lavorazione, che partì da Mazamet nel sud della Francia, si occupava originariamente di pelletteria e di borse, prima di partire alle volte di Parigi.
Con i mezzi giusti, Girbaud divenne l’assistente di Maurice Chorenslup, il quale fu portatore del mito dell’America del West nella città di Parigi.
“La pelle aveva a che fare con ogni tipo di animale” disse François Girbaud, che proveniva dall’avventura western e che creò molti articoli con sua moglie Marithè.
Appassionanti verso nuovi esperimenti e trasformazioni, si dedicarono alla lavorazione della pelle invecchiata. Liscia, stropicciata, usurata, da l’impressione di essere qualcosa di già vissuto. Infatti nella collezione invernale del 1970, Girbaud utilizzò pelli grezze e naturali che provenivano da animali di età avanzate.
Insieme con l’amico d’infanzia Pierre-Alain Galtier, i Girbaud rielaborarono le caratteristiche della pelle, che fino ad allora non erano state sfruttate. Quindi lanciarono delle pelli oliate, lubrificate che divennero patinate e opache. “Cow punk”, un tipo di pelle che era invecchiata e lucidata da un processo meccanico, raggiunse il mercato nel 1977, già quando i Sex Pistols avevano preso d’assalto Londra.
Girbaud intanto venivano fuori con altri articoli come le pelli “graffiate”, che vennero usate per
vestire il gruppo musicale Magma, e pelli che tendevano ad aderire al corpo ( le cosidette pelli stretch).
L’avventura della “Compagnie des Montagnes et des Forets”, la compagnia fondata nel 1975 con l’amico Galtier, finì nel 1984, quando i due si separarono.
Ma i Girbad partirono verso l’Italia, in cui fecero delle creazioni per il produttore di pelli Ruffo. Questa svolta coincise con il boom della pelle invecchiata e il ritorno dello stile classico, rinterpetrato da marchi come Chevignon e Avirex. Ma man mano l’amore e la dedizione verso i jeans, fece sì che François e Marithè Girbaud lasciavano la pelle per concentrare i loro esperimenti su nuovi materiali. Pionieri dell’abbigliamento casual e dello sportwear, lanciano nel 1965 il loro primo modello di jeans, chiamato Stonewash Denim, conferendogli un aspetto usato e vissuto; e nel 1975 propongono pantaloni oltremisura, pieni di tasche e a vita bassa.

Cappotti e giubbotti in pelle indurita e lacerata, un processo inventato da Marithè e François Girbaud

Nemmeno gli uomini sfuggono a una nuova generazione che, avvicinandosi al modello femminile, rinnovano il loro guardaroba. Occuparsi dell’eleganza di un giovane maschio significa ancora mettere in forse la sua virilità. Trattandosi di un argomento molto delicato, ci vorrà tutta l’autorità delle vedette della musica pop per imporre nuovi modelli. La grande rivoluzione a quei tempi è più evidente nella misura della lunghezza dei capelli che non nell’abbigliamento maschile. Molti ragazzi, improvvisamente, rifiutavano con ostinazione a tagliarsi le chiome: questo genere di sovversione solo ieri apparteneva ai teppisti. Molti dei rivoluzionari del look maschile, ad esempio il sarto Gilbert Feruch, l’inventore del “collo Mao”, e Pierre Cardin gli sono debitori di una parte delle loro innovazioni: la linea attillata, spalle strette, assenza di tele, scomparsa della cravatta (a volte anche della camicia) redingote o giacche attillate, completi muniti di zip. In questa corrente elitaria, l’abito da lavoro ispira a molti giovani un certo anticonformismo.
Predicando uno stile androgino, facendo ricorso all’inesauribile mercatino dell’usato l’aspetto trasandato maschile si erge a posizione definitiva. In parallelo nasce una corrente retrò ispirata all’eleganza vestimentaria anni Trenta. Così molti ragazzi divisi tra l’identificazione nelle super star del rock e l’amore per i vecchi film, tentano l’improbabile compromesso: capelli abbondantemente inanellati, giacca a doppio petto di lino bianco, jeans a zampa d’elefante. L’insieme può essere ravvivato da accessori diversi: cappelli di pelle di daino, camice hawaiane, sigle pacifiste, spille maoiste.

La riesumazione di diversi capi d’abbigliamento militari (preferibilmente americani), le camice Oxford, il mocassino scamosciato, le impeccabili T-shirt, la vecchia canottiera ribattezzata ‘canotta’, lo zainetto, il maglione scollato a V dai colori vivaci, e infine il foulard portato intorno al collo imporranno un certo ordine all’indifferenza beatnik del guardaroba maschile.


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