“Questo è un mondo terribile, dove nessuno pensa:
guardano tutti la tv, nessuno legge libri nè si interessa d'arte:
la gente vuole continuamente esprimere se stessa,
ma non ha dentro nulla e non ha niente da dire,
sono solo noiosi”
Vivienne Westwood

Le correnti creative che circolano negli anni di passaggio tra la fine simbolica di un’epoca tramontata e la nascita di una nuova, spesso si traducono in una generale confusione.
Nella moda del nuovo millennio, il fenomeno ha preso una forma di rigetto sui revival delle epoche precedenti, rivisitati in tessuti e colori diversi facendoli sfilare sulle passerelle: dalle tendenze hippy, alla moda spaziale, gotica, romantica..., la bussola del gusto si è orientata verso un’estetica dal richiamo sessuale più severo, in gran parte ispirata alle creazioni d’epoca di Yves Saint Laurent.
Si comincia in questi anni a porre in primo piano un’idea di fascino lussuoso che richiede una cura notevole con grandi usi di tessuti come quelli con applicazioni di cristalli o strass, oppure fili d’oro o lurex, del raso, delle pelle verniciate e del tweed.
Mentre la moda stava riportando alla ribalta una forma di femminilità borghese, gli stilisti più giovani presentano una interpretazione più letterale dello stile anni Ottanta. Partendo dall’iconografia new wave, incarnati da personaggi della musica come Blondie e Grace Jones, questi giovani creatori si rifanno a certi pezzi chiave. Certe forme di personalizzazione ottenute con la tela jeans dilavata, stampati con motivi ripresi dall’arte dei writers e distintivi metallici di genere post punk.
Oggi non esiste un determinato e unico look che possa avere un ruolo dominante, prescrivendo con un minimo di certezza lo stile del nostro modo di vestire. Grazie al lavoro compiuto da stilisti di grande talento, che negli anni Novanta hanno cominciato a miscelare deliberatamente i modelli delle sfilate con i modi e i capi di vestiario che possiamo vedere per strada o che hanno origine in culture diverse dalla nostra, celebrati perfino sulle pagine di riviste di moda come Vogue-appartenenti alla fascia alta del mercato- è venuto a cadere l’obbligo imposto dalla censura sociale di conformarsi a un determinato stile predominante.
Anche in questo caso è la strada che stavolta, per mezzo dei suoi rappresentanti più umili, detta legge.
Si possono ancora distinguere certe precise tendenze stagionali, ma non c’è dubbio che la moda nella sua evoluzione non segue più un percorso lineare.
Difficile dire “cosa va di moda”. La comunicazione globale, la determinazione ad essere se stessi, il numero crescente di giovani stilisti con idee assolutamente originali rende arduo trovare un vero filo conduttore della stagione. Una ricerca, quella del leitmotiv, che è ancora più complessa nell’ambito di un atteggiamento freestyle.
Una cosa, però, è valida in generale: si spende per stupire, sorprendere, e per distinguersi.
Nella moda tutto è futuro. Dai tessuti, alle forme, alle stampe, ogni creazione è fatta per emozionare chi la indossa. Gli stilisti si adoperano per unire la comodità alla più eccentrica soluzione tecnica.
Alleggeriti da inutili sovrastrutture, donne e uomini mettono a nudo il loro desiderio di rassicurare e scoprono anche le antiche certezze dell’etica sociale. Anche la moda è più etica: il lusso non è sfrenato, ma mirato alla scelta di pochi oggetti speciali. Tra tailleur ispirati alle armature medievali, pizzi e fiocchi, e soluzioni avveniristiche affidate ai tessuti tecnici, la donna interpreta se stessa assumendo di volta in volta le sembianze di un’eroina, di una fata, di una pioniera del look o di una diva degli anni Quaranta. Sempre con la consapevolezza di aderire ad uno stile che la rappresenta.
Il prodotto firmato assume tutta un’altra fisionomia perché la firma che conta di più adesso non è quella del famoso stilista -in parte- ma quella personale.
La nuova attitudine è: “Ora il mondo mi deve calzare addosso, avere le mie fattezze”. Per i giovani è un modo per farsi riconoscere per quello che si è, non appartenenti a un determinato stile.
Flessibili al cambiamento. Esploratori nati. Interattivi, mai semplici spettatori. Sono i ragazzi della generazione di Internet, che vivono agganciati alla rete e si costituiscono un look su misura grazie alle mille possibilità di personalizzare gli oggetti del desiderio. Per loro la moda deve essere pensata, deve trasmettere benessere e portare in una dimensione lontana dal quotidiano. Molti commercianti elettronici del web offrono da qualche tempo, con risultati soddisfacenti, la possibilità di customizzare i prodotti più vari.
Pertanto grazie a internet è possibile personalizzare (soddisfando anche quel narcisismo interiore) capi di abbigliamento. Ad esempio su yoox.com che è il più grande store europeo di abbigliamento online, si può personalizzare l’abbigliamento prima di acquistarlo, vendite che aumentano sempre di più. Sono già presenti sul mercato varie iniziative di personalizzazione dei capi di abbigliamento da Nike iD dove è possibile creare scarpe personalizzate, a MeJeans, da Spread Shirt a Customized Girl. I livelli di personalizzazione sono diversi, dalla semplice scritta su una maglietta al confezionamento di un jeans su misura. E oggi si sente parlare anche di camerini di prova hi-tech che effettuano la scansione del corpo di una persona con telecamere e laser: non è altro l’evoluzione della sartoria.
Da New York a Tokyo, la personalizzazione è di moda per rienventare vestiti e accessori. Rappresentano un’estetica alcune volte tra la disintegrazione e la rinascita, che certi marchi, come ad esempio Fake London, Imitation of Christ hanno fatto un loro segno distintivo.
Dalla borsa Chanel agli stivaletti Doc Martens, ogni settore della moda è stato affetto da questo fenomeno. Anche Fendi, in occasione dei dieci anni della borsa Baguette, ne ha creata una di tela bianca in coordinato con un set di pennarelli da decorare come si preferisce.
Perfino il prèt-à-porter prova a dare l’illusione di un pezzo unico: dai strappi su un paio di jeans o addirittura distruggendo un capo in pelle.
Nell’avvento di Internet le passerelle diventano virtuali. I colossi della moda puntano a conquistare il web a colpi di modelle sintetiche e sfilate su Internet. Internet sta diventando il nuovo territorio di conquista degli stilisti di tutto il mondo. Un’evoluzione necessaria per un settore che negli ultimi venti anni ha subito mutazioni radicali. Un’antica tradizione artigianale che si è trasformata in vera e propria industria. Internet per la moda diventa ora la prima vetrina naturale; un universo digitale dove è possibile vedere, captare, sperimentare tendenze e trasformazioni culturali, e soprattutto vedere ogni angolo del mondo. La moda non è più affari per pochi, ma è alla portata di tutti e con Internet si prevede un nuovo boom commerciale. Dalle passerelle ai computer di casa il fascino della moda viaggia in tempo reale.
In risposta alla globalizzazione del gusto e delle apparenze, la moda sta inventando dei nuovi codici per se stessa.
Anche la pelle, un materiale naturale, semmai era così, trae questa mania per le imperfezioni naturali imprimendo il desiderio dei consumatori verso l’individualità. Tra sofisticazione e protezione, non hai mostrato alcuna differenziazione. Anzi si adatta facilmente alle più fugaci tendenze, lavorata come se fosse un tessuto, scolpita e tatuata per fondersi alla pelle del corpo umano.
Le collezioni invernali del 2002 si distinguono da abiti che sembravano usciti da altri tempi: dalla pelle che alcune volte incisa, invecchiata, segnata di uno chic rustico fa riferimento ai pionieri dell’aviazione per creare l’impressione che sia stata indossata da anni.
In queste versioni di giacche e pantaloni, il designer Alexander Mattieu concepisce la pelle bianca dalla quale rievoca effetti simili ai gusci dell’uovo e alle spaccature dei muri. In un altro modello invece la pelle si presenta scolorita, invecchiata e verniciata dalle linee lussuriose e decorata con motivi raffinati applicati a mano.
Campioni di questo “glamour selvaggio”, Dolce&Gabbana creano dei pantaloni sporchi, usurati, rovinati con la pietra pomice, unti e tinti nel caffè e nel thè. “In una società devota alla globalizzazione del gusto, in cui lo spazio per le scelte personali sembrano ristringersi, la pelle rappresenta un affermazione del modo di vestire personale” sostengono i due designer che “creando con un pezzo di pelle, si ha prima di tutto delle sensazioni e delle emozioni tattili che pochi materiali sono capaci a trasmettere”.
Nella collezione del 2005 dell’austriaco Carol Christian Poell, si presentano tagli di alta moda e materiali sperimentali “organici”. Infatti è stata utilizzata prevalentemente la pelle conducendo una ricerca sui vari effetti del sangue per dare in qualche modo “vita” alla pelle colorandola con un materiale organico come appunto il sangue.
“Avevo bisogno di un materia prima estrapolata da un essere vivente, ma non la lana (la pecora viene semplicemente tosata); la pelle mi è sembrata più adatta anche se, dopo che l’animale è stato ucciso, diventa materia morta. Dunque il sangue, l’elemento che in qualche modo rappresentava la vita. Mi interessava l’idea di restituire la vita alla pelle tingendola di sangue” così lo stilista Poell spiega. Un aspetto estetico oltre che concettuale. In queste creazioni è stato impiegato il lato carniccio della pelle, il lato interno dove era carne, è stato dipinto con il sangue e non si avrebbe mai ottenuto lo stesso effetto con nessun altro colore o colorante. Continua dicendo: “Io non sono un artista, non ho alcuna intenzione di realizzare opere d’arte; sono un progettista e voglio fare dei vestiti veri utilizzando una serie di applicazioni artigianali. Sono nati così degli abiti abbastanza forti: comunque vestiti, non sculture o quadri.”
Accanto a ciò Jeremy Schott si diverte a realizzare abiti cosiddetti “da stilista” buffi, impensabili, ironici, in una parola provocatori. La collezione primavera estate del 2004 è un delirio di tubini in pelle a intarsi, dai contrasti bianco e nero, spallutissimi, bordati di profili d’oro e siglati con microfiocchi esattamente come nei consumistici anni Ottanta. L’orientamento del suo stile è duro, ma glamourous con gusto couture molto avanguardista, tant’è che la stampa lo paragona ad Alexander McQueen. Ma la donna di Jeremy Schott non è un’aliena è una creatura sublime, perversamente sofisticata, di una sensualità glaciale.
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