venerdì 5 settembre 2008

LA PELLE DELLA MODA. L' ERA DEGLI IDEALI: GLI ANNI SESSANTA.

“I miei modelli sono delle armi.

Quando vengono chiusi si ha come l’impressione

di udire il grilletto di una revolver”

Paco Rabanne

La moda, espressione dell’evoluzione dei gusti, della sensibilità e quindi testimonianza estetica non compie mai un viaggio solitario. Anzi è completamente calata nello spirito del tempo che marca in modo indelebile tutto quello che nasce e cresce in una data epoca: si cala completamente nella realtà contemporanea, ci si rifà allo sport, ai viaggi spaziali, al gusto dei tee-agers, all’arte, alla musica…

Dal 1960 al 1970 la moda sarà soggetta, nella sostanza più che nella forma, a una trasformazione radicale. Da allora in poi non ci sarà più un’unica tendenza, una sola moda, ma un mosaico di proposte inseparabili da quelle che influenzano gli altri aspetti della vita quotidiana.

Il progresso tecnologico, la semplificazione delle linee, la morte dell’ornamento, il bello nell’utile, l’utile per tutti. D’accordo a quanto, a volte si sconfina anche nel cattivo gusto, il gusto dell’eccesso, per il non equilibrato, in simbiosi perfetta con questi anni, divenendo l’elemento costante nelle collezioni dei giovani creatori.

Questi portano la moda Sixties alla sua massima espressione tra il 1963 e il 1967, data in cui lo stile è spazzato via di colpo dal ritorno a un nuovo romanticismo. Sarà il prèt-à-porter, portavoce di un gusto audace, giovanile, anticonvenzionale, che ritaglierà la propria clientela: i giovani. Ed in particolare, sono proprio i giovani stilisti ad esprimere le esigenze di un’altrettanto giovane clientela.

Giacche argentate e dorate, l’Alfa Romeo, la Vespa, le creazioni della collezione di Dior dell’inverno 1960-61, l’ultima di Yves Saint Laurent per la famosissima Maison, sfilavano veloce come una corsa di auto.

A ventitré anni, il giovane re della moda Yves Saint Laurent ha sovvertito e scombussolato le regole noiose dell’ haute couture con la prima linea di giacche in pelle nera. Il modello denominato Chicago anche se è di coccodrillo e rifinita in visone nero, non è per questo meno chiaro al richiamo del film The Wild One. Accolta con scetticismo dai clienti, la giacca sarà uno dei motivi del disaccordo che oppone il giovane sarto ai dirigenti della casa provocando una forte scossa, uno shock tale che Saint Laurent fu considerato ancora troppo giovane e all’avanguardia per le collezioni dei grandi couturier parigini.

Fu soltanto nel 1961 che Yves Saint Laurent fondò la sua casa di moda con Pierre Bergè. La prima vera collezione stabilì lo stile e il look: era radicale, trasformista. La seconda si rilevò un piano formidabile: aveva a che fare con la seduzione e provocazione.

Nella collezione del 1962-63 Saint Laurent utilizzò la pelle per introdurre alla silhoutte femminile una nuova forma: un vestito ispirato alle guerrieri in pelle grigia metallizzata, un montgomery di pelle verde indossato sopra a una gonna in tweed; inoltre un poncho, una cappa di pelle di daino color tabacco, e un cappotto in stile marinaio in pelle nera.

La collezione dell’inverno si chiamava “Robin Hood”. Presentava cappucci in pelle e stivali alla coscia che fecero scalpore, perché accessori di questo genere erano stati assenti fino a quel momento dall’universo sofisticato dell’alta moda.

“Le sue donne non sono soltanto ben vestite, sono eroine” così un articolo di Vogue America annunciava il suo successo.

Le giacche di pelle alla Robin Hood, i pantaloni alla cowboy e i pullover dal collo arrotolato entrarono a far parte del guardaroba sia femminile che maschile, lanciando quel che sarà il look androgino, dai classici tailleur giacca-pantalone dal taglio maschile, alla famosa giacca da sera “stile smoking” a doppio petto.

Profondamente un abile innovatore, se non rivoluzionario, sviluppò un interesse per lo stile adottato dalla strada e non soltanto dai saloni perbene di Parigi.



La futurista degli anni sessanta vista dagli occhi di Yves Saint Laurent in una cappa in pelle nera, un cappuccio di pelle e stivali alla coscia in coccodrillo creati da Roger Vivier,

Inverno 1963;

Passamontagna in camoscio creato da Yves Saint Laurent nella collezione Robin Hood del 1963: accentua il mistero degli occhi a cerbiatto enfatizzati dall’eye-liner nero; Foto di Irving Penn diede al cappuccio di Robin Hood in pelle scamosciata un carattere del tutto futurista .


La pelle come materiale innovativo, figurava preminentemente in creazioni come quella della Ferrari, caratterizzata da una giacca beige di cervo indossato con un abito di jersey color marroncino antilope, oppure in quella Voyageuse, in un vestito fatto di pelle di daino color cioccolato indossato sotto a un cappotto in pelle a fantasie pastello.

Gli anni che vanno dal 1953 al 1963 sono gli anni d’oro delle scarpe Dior, sotto la supervisione di Roger Vivier. Tra le sue creazioni ci furono scarpe con il tacco a spillo che si trasformeranno in tacco choc, inclinato verso la punte; il famosissimo tacco “Pulcinella”, le babbucce alla turca e le punte a mandolino. Inoltre i mocassini in coccodrillo si presentarono in pimento rosso, in prugna, in bronzo grigio e caramello.

“Alcuni tipi di pelle vengono utilizzate realmente per la prima volta: rane e vitellini piccoli, naturali o stampate a motivi zebrati, leopardati, tigrati o a dalmata” racconta Roger Vivier.

L’anno seguente il designer delle calzature disegnò delle sue creazioni con pelle di pesci e rettili: il salmone, il leopardo marino, il serpe cinese, il cobra e il coccodrillo in colori argentati e dorati.

All’epoca in cui era ancora da Dior, Vivier aveva scioccato la clientela dell’alta moda con giubbotti in pelle in stile rockers.

Le calzature di Vivier sfilavano anche sulla passerella del giovane Yves Saint Laurent, per il quale ha disegnato nel 1967, una scarpa bassa in pelle nera verniciata con fibbia dorata e tacco quadrato, di cui sono state vendute decine di migliaia di esemplari.

Provocando la sicura conformità della moda maschile, nel 1968 la maison Dior elaborò una tuta di pelle con chiusure zip , e pochi anni più tardi presentò una camicia smanicata dai ricami di metallo e un giacchetto in pelle dalla forma triangolare – anticipando quel che sarà lo stile del film blade runner.

Negli anni Sessanta la pelle sfidava di più le linee femminili , che videro l’ascesa di una generazione di stilisti che volevano ripulirne il guardaroba e catapultarlo nel futuro.

Su un numero di settembre del ’60 di Elle America, si leggeva: “Beatnick: un look ‘chic-nik’; Anticonformiste, senza paura, sopra le righe, giovanili – queste sono le Beatnik americane”. In più venne riportato attraverso degli scatti fotografici delle modelle che montavano sulle Harley-Davidson, sfoggiando delle creazioni in pelle: una giacca morbidissima in capretto firmata Jacques Heim, un panciotto nero con tasche arricciate di pelle, e il famoso giacchetto da motociclista di Yves Saint Laurent in coccodrillo e visone disegnato per la maison Dior.

La didascalia che l’accompagnava riassicurava il suo numero di lettrici femminili: “A loro piace la pelle e gli amici, loro sanno come guidare e come comportarsi. Di sicuro vestono in pelle, ma non sono delle rockers.”

Successivamente Hèlène Lazareff realizzò un capo in pelle a un prezzo economico: si trattava di una tunica nera in pelle d’ agnello con dei bottoni grandi bianchi accoppiata con una giacca in pelle marrone.

Mentre a Parigi si desta il prèt-à-porter dei giovani stilisti, nel mezzo della Beatle mania l’Inghilterra -e in particolare Londra- assiste al dilagare dell’ondata musicale e devastatrice della Swinning London. Ai ritmi della pop music si elabora, a metà degli anni Sessanta, dalle parti di Carnaby Street e poi in King’s Road, la teenage culture che instaurerà un cambiamento radicale nei comportamenti degli anni a venire. Capelli lunghi per i ragazzi, taglio corto e gonne cortissime per le ragazze. Da questo movimento spontaneo emerge la personalità della stilista Mary Quant che contende ad Andrè Courreges la paternità della minigonna. “Ne io né Courrèges abbiamo avuto l’idea della minigonna” confesserà sincera Mary Quant. “E’ la strada che l’ha inventata”.

A Londra le Chelsea girls, con i loro vestiti corti e dall’aria da collegiali sfacciate, non obbediscono ad alcuna parole d’ordine.

Diffuso da negozi effimeri quanto deliranti questo stile, nel giro di qualche mese, detta il gusto a tutta l’Europa e fa convergere a Londra folle di adolescenti la cui esuberanza non si opporrà all’entusiasmo di uno dei momenti più singolari della storia della moda. Molti stilisti davvero originali hanno lanciato delle proposte strepitose, diffuse dalle fotografie di David Bailey e scanditi dai ritmi dei Beatles o dei Rolling Stones, essi stessi divulgatori di uno stile di abbigliamento in rottura con la tradizione British.

Da Mary Quant, che alzò il taglio della gonna a metà coscia, a Ossie Clark e Biba, le boutique-mecche dei giovani , la capitale inglese fu una vetrina per ogni tipo di eccentricità stilistica e di espressioni artistiche.

Gli anni Sessanta, gli anni dello “Swinging London” segnarono uno spirito di nonconformismo e di provocazione autenticamente rivoluzionaria. La Londra allora di Mary Quant, Carnaby Street e il modello delle rockstar sono inseparabili dal mito dei giovani fotografi di moda di successo, che l’ affrontano con irriverenza fino ad allora ignota, superando ogni limite.

Gli anni Sessanta furono gli anni dei maggiori cambiamenti sia nella moda che nella fotografia di moda; il sesso entrò prepotentemente nelle foto e per la prima volta le tendenze non provengono più da Parigi, che ha sempre dettato moda, ma direttamente dalla cultura di strada. In Inghilterra tre grandi fotografi immortalano questo decennio: David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy che vennero anche soprannominati i “Terribili Tre”.

Il giovane David Bailey è l’incarnazione del mito “fotografo-eroe”. Fotografa come vive, su un sottofondo di musica e sesso, diventando addirittura modello di ispirazione per il regista italiano Antonioni nel film ‘Blow up’ nel 1967. Infatti le immagini di Bailey sono molto influenzate dal cinema e come lui dichiara “Le mie foto sono sprovviste di stile, ma sono i miei modelli ad averli”. Non ha uno stile particolare, ma è la sua presenza a diventare simbolo. Inoltre i suoi ritratti alle modelle, quali Twiggy, divennero simbolo dell’emergente modo di vestire di quel decennio e di tutta la vitalità propria di quel periodo.

Questi anni videro la professione del fotografo diventare assai remunerativa ed i fotografi diventare essi stessi delle celebrità. La rivista ‘Nova’, pubblicata per la prima volta nel 1965, rifletteva con i suoi editoriali lo spirito del tempo, e le fotografie di moda erano più attente ad enfatizzare l’aspetto artistico e l’atmosfera, piuttosto che i vestiti in sé.

Come icona dello Swinning London, nel 1967, Twiggy, la famosissima modella anoressica che incarnava il mito delle giovani ragazze, posava per Vogue British fotografata dal ‘terribile’ David Bailey in una tuta perforata in pelle nera firmata Betsey Johnson, il designer americano dagli abiti creativi in colori vivaci corrispondente allo stile dei negozi di Carnaby Street di Londra.

Accolta come una star a New York, la modella sedicenne dagli occhi grandi e dal corpo magrissimo, fu la musa del momento, insieme a Jean Shrimpton soprannominata la “Shrimp”(il gamberetto).

Inoltre anche Marienne Faithfull, poi compagna di Mick Jagger, nel film “Girl on the motorcycle” del 1968 indossava dei pantaloni neri in pelle e pelliccia , un film dolcemente erotico compartecipante Alain Delon.

La moda pesante e goffa francese si adattò meno rapidamente di quella inglese e italiana, i quali visionari fashion designer proiettavano le loro forme nel futuro.

A sinistra la modella Twiggy in un completo di camoscio; a destra Marienne Faithfull nel film "Girl on a motocycle"1968


La moda spaziale, infatti, stava vivendo anche nei film di Stanley Kubrick specialmente nel film “2001: A space Odyssey” (Odissea nello spazio) presentato nel 1968.

La fermezza e lo splendore del look in pelle, presto accompagnato da materiali sintetici come il vinile, si presta molto bene a tutti gli esperimenti con le forme geometriche dal tratto futurista.

“I vestiti che preferisco sono quelli che sto creando per la vita e che ancora non esistono: per il mondo del domani”, così Pierre Cardin riferì ironicamente, facendo il suo primo passo nel mondo della moda già dal 1945 lavorando dapprima ai costumi teatrali per Jean Cocteau nello spettacolo “La bella e la bestia”( tra l’altro in uno dei spettacoli, Orpheus, l’angelo della morte appariva come un motociclista vestito in pelle nera).

Cardin collaborò anche con la maison Dior nel 1946, quando il couturier Christian Dior, appunto, stava preparando quella che è stata collezione di lancio denominata “New look”, ma decise di aprirsi una azienda propria tre anni più tardi. Nel 1959 divenne il primo stilista-sarto a offrire una linea di abiti femminile ready-to-wear (una linea pronta ad essere indossata) nei grandi magazzini e fu inevitabilmente espulso dalla Camera Sindacale dell’Haute Couture, l’associazione che regolava e visionava l’alta moda parigina.

“Ho un approccio da scultore, prima creo le forme e poi cerco di adattarle al corpo”. Visionario, ambizioso, egoarca, divenne alla moda con modelli insoliti, nuovi: come per esempio nel 1954 con l’abito a bolla, oppure il cappotto a palloncino nel 1958; l’oblò al colletto, bottoni oversize, tuniche adattate al corpo “cosmo-body” con frange e fiocchi e anelli e ciondoli alla fine.

Le esplorazioni e le conquiste spaziali, i primissimi computer alimentavano la sua immaginazione, tant’è che realizzò una produzione di pelli verniciate e lucide, mischiate con metalli, vinile e plexiglas.



I motivi a scacchi inspirarono Pierre Cardin in abiti di pelle argento e nero; 1968

L'eroina futuristica di Pierre Cardin indossa un completo “cosmobody” con applicazioni di metallo e minigonna in pelle; 1969


Nella corsa precipitosa verso il futuro, la “bomba Courrèges” favorì un esplosione di novità nel mondo della moda anche grazie all’aiuto della moglie Coqueline. Nella collezione del ’65 lo stilista Andrè Courrèges presentava materiali rigidi, austeri e forme che sfioravano la vita e i fianchi, abiti funzionali indossati con scarpe appiattite, gonne sopra al ginocchio e bianco da per tutto! Un’ abbagliante meteora di chiarezza e bianchezza: questo era l’impatto di Courrèges che imponeva uno stile fatto di abiti corti e costruiti. Un evoluzione verso uno stile sempre più svelto, sempre più giovane tradotto in soluzioni facili e piacevoli.

La pelle smaltata che andava con questo vivido di purezza, può essere trovato in tutti gli accessori leggendari del marchio: le scarpe con la cinghia alla caviglia in pelle rossa d’agnello, gli stivali bianchi a punta aperta, o la pelle dei sellai modellata come una palla di rugby e cilindri, lanciati nei primissimi anni Settanta. La “shopping bag”, la borsa simile a quella della spesa, con chiusura lampo in pelle d’agnello smaltata creata nel 1968, raggiunse nel primo anno delle vendite straordinarie pari a 60.000 esemplari.

Trasformando allegramente e ironicamente il look borghese della pelliccia, Courrèges decorò una cappotto di coniglio bianco con inserti di fiori in pelle rossa.

L’ispirazione futurista rimane senza dubbio una delle tendenze più positive di tutto il decennio perché, almeno nell’abbigliamento, è fresca contemporaneità e non il solito aggiornamento sulla base di vecchi stilemi. Ed è quindi Andrè Courregès che incarna perfettamente questa tendenza: il sarto del 2000 (così che venne soprannominato) resta insensibile alle nostalgie dei tempi passati. Anzi va oltre anche al suo presente per cimentarsi nel futuro. Il designer vedeva il futuro attraverso materiali sintetici che rivoluzionarono quell’epoca. “Il vinile ci permette di ottenere colori fluorescenti e di creare, sia tecnicamente che industrialmente, un bianco puro”, così spiegò la moglie Coqueline.

Sempre nello stesso periodo Emmanuel Ungaro, che collaborò con Balenciaga nel 1958, aprì i battenti con una propria azienda nel 1965.

“Quando ho incominciato con il mio marchio negli anni Sessanta fu proprio con una creazione in pelle che è stata la mia prima attrazione: costumi da bagno e vestiti con una cura attenta nei dettagli, drappeggi in pelle leggera e morbidissima dai colori dell’arcobaleno a quelli fluorescenti. Tutto questo era nuovo e unico per la pelle che prima ad ora non era mai stata usata in questi modi ” ricorda il leggendario couturier.

Fra i suoi primi modelli preferiti ci fu una minigonna di pelle rossa e verde, in coordinato una lunga cappa e calzini che arrivavano all’altezza delle ginocchia.

Nel 1968, il vestito a grembiulino, di pelle bianca e marrone, e la minigonna con i reggicalze indossato con sopra un cappotto di pelle nera impresso da motivi geometrici, furono un vero e proprio straordinario successo, celebrato addirittura sulle pagine di Elle da fotografie di Peter Knapp con le modelle dagli occhi truccati, simili alle ali di una farfalla.

Su Vogue Francia, nell’ottobre del ’68 si leggeva:

“Ungaro: è nell’era dei missili; è forte di animo, uno stimolo per le donne”.

La pelle figurava in un numero vasto di esperimenti con tagli ad onde sagomati, oppure come gocce d’acqua sulle tasche, in colletti futuristici e in djellaba come tuniche.

“Il camoscio è più morbido e femminile mentre la pelle è più dura e comune: ma tutte e due offrono un’attrazione e una provocazione complementare l’una all’altra”, osservò Ungaro, che intanto disegnò un cappello e una giacca dal colletto rotondo con bottoni grandi in pelle di daino e dei pantaloni scamosciati in tonalità lillà abbinati a una camicia di chiffon stampata.

Creazioni di Emmanuel Ungaro: un completo a due toni e a fianco un completo abbinato con cappellino e stivali in pelle turchese; 1969


In questo decennio di libertà e apparentemente senza limiti di sperimentazioni, Paco Rabanne incominciò a lavorare materiali estremamente inusuali. Poiché la provocazione non esclude il rigore, Rabanne elabora modelli, che al di là del loro aspetto sperimentale, si adattano idealmente alla forma delle giovani donne moderne e prive di pregiudizi. Protagonista dell’avanguardia vestimentaria, è il tagliatore futurista di materiali come il ferro, la plastica e la pelle. Un’attività fondata sulla sperimentazione di materiali e soprattutto per nuovi usi.
La prima creazione realizzata in pelliccia, sono un paio di occhiali in astrakan nero e Rhodoid color argento. Un anno più tardi , quando la maison Simon Frères gli affidò il compito di creare una collezione partendo dalle pelli più pregiate, Paco Rabanne riesce ad esaltarle affiancandole al metallo: è proprio qui che troviamo le celebri sfere dei grembiuli di protezione dei macellai. Dopo lo choc iniziale, la clientela si butta a capofitto sulla novità, ma sarà nel 1968, con la pelliccia lavorata a maglia, a dare la giusta dimensione dell’inventiva del sarto “sacrilegio”.
Materiali strappati ai loro usi convenzionali e le tecniche riadattate per nuovi usi, sono i caratteri incontestabili dell’opera di colui che Coco Chanel escluse dalla Corporazione dei couturiers, definendolo il “metallurgico”. Nonostante la definizione burlesca avesse fatto centro, questa non riuscì a ridurre la continua ricerca messa alla prova dal tempo, come d’altronde la moda stessa ama fare.
Nel settembre del 1966, il designer Rabanne, che fondò la propria azienda con il suo nome, presentò modelli in pelle, piume di struzzo e alluminio alla galleria Iris Clert. Nel 1967 Rabanne creò abiti in carta e vestiti inchiodati in pelle fluorescente come sostituzione dei ricami. Il couturier metallurgico, inoltre inventò una specie di cappotti-armature per la moderna incarnazione femminile di Giovanna D’Arco: una cotta di maglia e giacca di pelle, dei lunghi stivali alla coscia, una cuffia in pelle borchiata e un cappotto fatto di pelle grezza inchiodata.



Vestito in pelle bianca Paco Rabanne 1968

Collezione Rodeo 1966: un vestito costruito con triangoli di pelle tenuti insieme da anelli, Paco Rabanne;



Sulle riviste di moda predominava il tema spaziale e in particolare su un numero di Elle dell’agosto del 1967, la modella Twiggy era vestita come una motociclista spaziale: un giacchetto di pelle e metallo abbinato a un cappello. Tutti i colori vivaci come il giallo, il rosa, l’arancione, il verde abbagliavano come tanti semafori nel grigiore della città.

I continui e innovativi esperimenti, nel 1968 portarono le pelli colorate, il jersey d’alluminio e il Rhodoid – una cellulosa acetata- ad essere tutte lavorate a maglia.

La pelle ora trasformata, fu utilizzata da Simon Brothers per creare una giacca rosa e una minigonna dorata. Fu inoltre combinata con della tela incerata, con delle gocce di vetro e pelliccia: “una pelle sagomata come un diamante”.

Maurice Renoma, il designer favorito dai giovani all’avanguardia, era molto abile nel compito di creare delle chic esplosioni di novità: cappotti di pelliccia e pelle di pitone, giacche in pelle con i risvolti delle maniche in contrasti multicolori, cappe in pelle di daino e pantaloni fatti di materiali diversi l’uno dall’altro in lavorazione patchwork. Inoltre introdusse nel guardaroba maschile forme strette e attillate dai colori pungenti.

“La moda maschile in Francia non esiste per niente; l’Inghilterra e l’Italia detengono il monopolio” spiega Adam che nel 1960 organizzò la prima sfilata maschile usando studenti come modelli (dato che il fenomeno super-model riguardava esclusivamente le donne). Le tute imbottite, camiciole in pelle argentata dalle maniche a “lumaca”, si potevano trovare tutte nel suo negozio, scombussolando e rimescolando l’eleganza maschile. Dall’ispirazione lunare, si trovano maglie e golf di pelle a scacchi in colori contrastanti come il nero e l’argento abbinati con pantaloni neri e baschetto argentato, mentre per il guardaroba femminile stivali alla coscia e minigonne a quadri.

Lo specialista della pelle, Mac Douglas, attivo negli affari già dal secondo dopoguerra, ritorna in proprio negli anni Sessanta grazie a una serie di originali produzioni.

Le creazioni si potevano vedere direttamente sulle riviste femminili come quella di Elle che nel dicembre del 1967 Brigitte Bardot, dagli occhi anneriti dall’eyeliner, fu fotografata in un vestito cortissimo di agnello smaltato di Mac Douglas e stivali alla coscia di Galvin.

“Non ho bisogno di nessuno quando sto sulla mia Harley-Davidson; basta solo che accelero e sono lontana da qui” così si leggeva nella didascalia della foto.

Mireille Darc, anche essa indossò il famoso abitino sopra a dei pantaloni da motociclista imbottiti alle ginocchia; mentre la copertina di Vogue Francia nel novembre del 1969 ritraeva la giovanissima cantante pop Sylvie Vartan in una tuta fatta di zip Mac Douglas e stivali in pelle di François Villon. (Il titolo annunciava: “Sylvie Vartan: la leonessa in tuta zippata”).

Il designer della compagnia Mac Douglas Jean Voight scoprirà a distanza di pochi anni, il talentuoso stilista Claude Montana. Intanto Voight creò un abito morbidissimo in pelle color tabacco, un cappotto di agnello lucido, un vestitino con cintura in pelle di daino nero e una cappa in pelle a due tonalità con i guanti da pilota.

Un ondata radicale di libertà spazzava sul nuovo e ringiovanito guardaroba delle donne.

Nel magazine “Jardin des Modes” la ragazza motociclista capricciosa, portava degli enormi e rotondi occhiali indossando una camicia Mac Douglas e degli short lucenti in pelle di capretto.

Nel 1969, il marchio Mac Douglas produsse il bikini fatto da una serie di strisce di pelle d’ agnello per le Bond girls di 007.

Fu nel febbraio del 1971 che una minigonna di daino a patchwork colpì la copertina del quotidiano Jour De France che scrisse “La pelle nella moda”; mentre una pubblicazione de Le Figaro dell’ottobre 1972, raffigurava Jane Birkin in un cappotto di pelle di vitello Mac Douglas indossato con una tunica dalla manica a pipistrello in pelle di daino lucida di Pierre Cardin.“Quest’inverno la pelle lucida – morbida, luccicante, splendente e leggera- darà forma a ogni stile, giocando ogni ruolo possibile” così preannunciava il quotidiano.


Ma trovandosi a vivere in una società dominata dal consumo di immagini lucide e laccate, di oggetti, dove i valori che emergono sono i valori d’uso e di consumo, la gioventù ha iniziato ad esprimere i primi sintomi di un disagio che poi si è trasformato in protesta e ribellione. Il movimento giovanile, al suo sorgere, non aveva scopi propriamente politici: si trattava di portare innanzi un’ideologia che accomunava un’intera generazione, che proclamava l’azione collettiva e la discussione pubblica su questioni che riguardavano in prima istanza la qualità della vita, il suo significato e ciò che la rende degna di essere vissuta. La società dei consumi aveva permesso a molti di raggiungere un livello di vita appezzabile, confortevole, dove ogni desiderio, ogni bisogno trovava la soluzione nelle più disparate vetrine, e il tutto a prezzi modici. L’ottimismo imperava in ogni annuncio pubblicitario, alla televisione, nel design di qualità di qualsiasi oggetto, dalla poltrona all’abito, tutto all’insegna della funzionalità. Si trattava di un mondo costruito dall’uomo per l’uomo, dove però, la corsa alla novità e al consumismo, l’etica del successo, l’incessante proposta di oggetti sempre diversi, poneva il destinatario di questa splendida e lucente facciata in secondo piano: ci si era dimenticati che il soggetto di tutta la situazione era e doveva essere l’uomo. C’è stato dunque un ribaltamento del costume in tutte le sue manifestazioni, dall’abito alla casa che, a differenza degli inizi degli anni Sessanta, ostentano povertà e tradizione: il recupero della tradizione passata, delle culture orientali, dell’oggetto dimenticato; ciò che cambia non è soltanto l’abito che diviene sgualcito, dimesso e trasandato, ma è l’intera società. Ma sempre di moda si tratta. Una moda dettata probabilmente da ideologie più sentite, che però, nel momento stesso in cui prendono forma estetica, determinano un tipo di comportamento che pur entrando a far parte della storia è destinato ben presto a scomparire o a coesistere con il suo opposto.

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