giovedì 4 settembre 2008

TRA GLAMOUR E FETICISMO: IL FETICHIC

“Codice di educata e fremente fierezza.
Estetica di calda e umana perfezione.”


Dopo il pornochic il fetìchic! Un connubio tra il feticismo e il glamour, l’ultimo lusso del potere femminile.
Il
fetìchic è una nuova tendenza che la si vede emergere nelle ultime collezioni di moda in cui entra prepotentemente il feticismo, una forma di erotismo, in cui l’apparizione e la soddisfazione del desiderio sessuale sono condizionati dal voyeurismo, dal contatto di un oggetto oppure di una parte del corpo. Ma l’oggetto feticistico può avere una dimensione alienante ed essere associata alla sottomissione. Questi strumenti di sottomissione, di seduzione e di erotismo vengono del tutto recuperati e rivisitati dai grandi marchi del lusso comparendo di frequente su riviste, giornali e mass media. Niente di così esplicito: il rapporto tra il feticismo e il sado-machismo non si riassumono nemmeno nelle pratiche, ma in elementi o situazioni che rimandano a questo concetto attraverso lo sguardo dei dominatori e dei dominati.
La pratica bondage, largamente utilizzata dagli addetti del feticismo, è ripresa nella
campagna pubblicitaria della Bluemarine. Donne attaccate per mezzo di corde: l’universo raffigurato è piuttosto leggero ma il significato resta comunque lo stesso. Un universo legato sulla scelta di una femminilità ‘abbondante’, alla sensualità come arma ironica e voglia di mostrarsi, di esibirsi: infatti il riferimento a un certo cinema e certe fantasie è dichiarato. Un gioco totale dei segni in cui la seduzione, l’erotismo, il sex appeal sono messi in scena con l’ironia dell’estremizzazione.

La rappresentazione scenica della sottomissione viene esaltata anche in Jean-Claude Jitrois, il coutuier della pelle, che in questa campagna pubblicitaria presenta una donna vestita interamente in pelle con guanti e mascherina, tipici accessori fetish, in una posizione d’attesa molto suggestiva.

La dama ed il suo frustino, strumento di dominio per eccellenza, è la diva degli shootings e delle campagne pubblicitarie del brand Dsquared, conferendo prestigio al mondo del sado-machismo con elementi propri come la bombetta e la frusta.

Queste nuove amazzoni sexy e dominatrici sono incarnate perfettamente dalla trasgressiva icona per eccellenza di Madonna, immortalata dal geniale Steven Klein nel magazine inglese “W” e successivamente adottate per il suo, come sempre chiacchierato Confession Tour del 2006.

E per finire anche Harvey Nichols, in una campagna pubblicitaria dà la sua visione del dominio femminile. Attraverso un immagine di una donna con un immenso ago a guisa alla testa è pronta a far scoppiare delle teste di uomo a forma di palloncini…Questo equivale a dire, che la donna ha tutto il potere di dominare l'uomo!

Ma stivali e stivaletti, scarponcini e decolté in pelle lucida o PVC ultra brillante, preferibilmente in rosso o nero, con plateau di 3-5 cm e super tacchi vertiginosi in lucite (un materiale inventato dalla ditta americana DuPont negli anni ’30) che arrivano fino a 20 cm, un look irriverente e sadomaso: sono le ultime calzature proposte dai maggiori designer internazionali della moda, dei modelli che forse si adattano più ai set dei film porno, associati a fruste e accessori simili, o alle serate dei popolarissimi locali fetish dell’Europa del Nord. In alcuni anni le scarpe sembrano uscite tutte dritte dai sex shop del quartiere Soho di Londra o Le Pigalle di Parigi. Si ispirano all’estetica erotica delle foto di Helmut Newton, agli accessori di Peter Ingwersen, con delle scarpe alte 23 centimetri comprate in un sex-shop di Copenaghen. “Queste incarnano la versione della ‘donna forte’ e autoritaria; queste scarpe non sono fatte per camminare ma per stendersi.”

Balenciaga

Se il fetish rappresentava, fino a qualche tempo fa, un elemento per rendere più piccante una pubblicità, un video musicale o una serata esclusiva, ora questa tendenza è sbarcata nel campo della moda divenendo un elemento popolare per tutti, o quasi.
Quando il rischio diventa tendenza, tutte le marche della moda internazionale prendono spunto da questa per dare una forma a quella fantasia nascosta, ma che è molto visibile.
Qualche esempio? I pesanti stivaletti in pelle di Balenciaga con super zeppa, le scarpe in vernice bianca, nera o lilla di Emilio Pucci, i modelli di Louis Vuitton in pelle e vernice, il decolté di Yves Saint Laurent, la proposta fetish di Tara Subkoff (dietro al marchio Imitation f Christ), gli zatteroni di Chloè, gli stivali allacciati di Jil Sander o quelli borchiati di John Galliano, gli stivali sopra al ginocchio di Versace…
Le signorine di Sonia Rykiel, in quanto ad esse, si ispirano ai film provocatori di Luccico Bunuel ed espongono
con le loro scarpe a forma piatta a corregge le civetterie degli abiti-pullover a nas


E se neppure Brioni e Gucci resistono a quel piccolo tocco fetish, sono Donna Karan e Hussein Chalayan che risultano tra i più “stylish” con proposte di buon gusto: la prima propone un decolté in raso nero che evoca gli anni Cinquanta con laccio alla caviglia; il secondo un modello molto lineare ma originale con iper-zeppa

In America impazzano i modelli della Pleaser USA, ditta specializzata in calzature alternative, mentre a Londra le ragazze prediligono per modelli più seri, come quelli firmati Marc Jacobs. Queste calzature dal tacco spesso e tondeggiante e punta all’insù, vengono indossate di giorno con calzettoni, collant o parigine a costine in lana grigia per far risaltare il nero o il bianco delle calzature, e maxi maglie o mini abitini in lana, il tutto completato da borse-bauletto in lucite preferibilmente trasparente o ambrata, ma rigorosamente vintage, per un look da “sex in the office”; di sera invece le stesse scarpe sono abbinate ad eterei abiti di seta per creare contrasti, o ad abiti in latex da “bad girl”, come quelli proposti da una delle ditte di abbigliamento fetish più gettonate, la Torture Garden Clothing.

Torture Garden Clothing

E’ naturale che il trend delle scarpe fetish sia gia in voga a Londra, dal momento in cui è partito proprio dalla capitale inglese e precisamente da un negozio di abbigliamento con un nome emblematico, House of Harlot. Fondato nel 1991 dal designer Robin Archer, questo emporio del fetish wear, ha portato una rivoluzione nel settore proponendo abbigliamento fetish originale e di alta qualità.
In tempi più recenti il marchio House of Harlot ha affascinato anche le firme celebri della moda, tra le altre Christian Dior e Thierry Mulger, varie celebrità quali Dita Von teese e Alison Goldfrapp, e ha disegnato capi per gli spettacoli di burlesque più famosi di Londra.

In queste recenti collezioni, in voga tutt’ora, il nero è quasi assente, ritornano i colori e impazzano i tacchi in lucite, diventando dei veri e propri gioielli che caratterizzano gli eterei sandali in beige con grandi rose o file di piume di Alexander McQueen, quelli con tacchi scolpiti di Viktor&Rolf, o i più sobri modelli di Narciso Rodriguez e Valentino, con tacchi a cono degradè, sandali in raffia o in pelle colori pastello firmati Brian Atwood che evocano un po’ gli anni Sessanta, e le calzature color cammello di Donna Karan.
I vantaggi di tali calzature (per chi ha il coraggio di indossarle) è quello di sentirsi più alte, più sexy, il dare maggior slancio alla silhoutte e l’acquisire una carica erotica e di carattere.
Ma gli svantaggi sono tanti, a cominciare dal fatto che è spesso impossibile camminare con alcuni di questi modelli.
Le forme e l’altezza eccessiva di alcune calzature potranno causare non solo dolori ai piedi, ma anche alla schiena. Oltre al fatto del danno “fisico”, c’è anche quello “morale”: le femministe sono insorte contro le calzature fetish firmate perché a loro dire rappresentano la sottomissione finale della donna alle fantasie maschili ( e forse anche dalla comodità femminile..).

Ma la moda, si sa, non coincide spesso con ideali morali, né vuole dire comodità e praticità, e le calzature fetish non sono altro che un’altra delle tante follie “scomode” presentate dai maggior designer.


Suggestioni tattili e visive per appagare il desiderio di un edonismo emozionale che è ormai l’irrinunciabile plusvalore di ogni prodotto moda. Superfici fortemente animate, parlanti, emotive, tridimensionali, che vano oltre ogni semplificazione decorativistica per esaltare la percezione assoluta della materia prima.
Proliferazioni organiche, volumetrie geometriche e sapienti ripescaggi dai modi alti dell’arte, saranno le vie di accesso privilegiate per trasmettere un impatto pieno e corposo, per orchestrare con maestria sartoriale una generosa e controllata profusione di materiale, in risposta ad un’imprescindibile esigenza di ricchezza, vissuta e insieme aulica, in cui si identifica il nuovo concetto di un lusso tangibile e sublime.

IL PORNOCHIC: DALLE APPROPRIAZIONI DELLA MODA ALLE CAMPAGNE PUBBLICITARIE.

“La nostra oscenità non è tanto la faccia celata, nascosta…è lo specchio delle nostre tecnologie, la tecnologia del sesso, dell’informazione, della rete di comunicazione e

dei sistemi in quanto siamo tutti finalizzati a infrangere la galassia della segretezza.

E’ talmente così trasparente..”

Jean Baudrillard


Il punk fu molto probabilmente il primo a trasformarsi in un fenomeno di moda e a sfociare nel fetish. Nel famosissimo sexy shop londinese ‘Sex’, Vivienne Westwood e Malcolm McLaren vendevano l’intero repertorio bondage: tutti quegli oggetti che la società aveva ignorato o che aveva girato le spalle.
Gli stilisti, che hanno vissuto nel periodo punk, negli anni Ottanta si appropriarono del vestimentario tradizionale del sado-machismo lanciandolo alle luci della ribalta.
A intervalli regolari, corsetti e quant’altro riappaiono nel mondo della moda con Jean Paul Gaultier, il quale creò il famosissimo bustino a cono per Madonna per il tour mondiale del 1991. Azzeline Alaia intrappolò la vita con una cintura di pelle traforata, mentre Thierry Mugler creò delle gonne fatte in fasce di pelle nera che assomigliavano a delle corde, giocando con simboli vestimentari del mondo gay e del sado-maso.
Nel 1992 la collezione bondage presentata da Gianni Versace attrasse le maggiori testate della stampa come il New York Times che pubblicò questo titolo: “Chic o crudele?” Alcuni vedevano i costumi sado-maso dello stilista italiano come la visione misogina della donna, altri invece la figura assertiva delle Amazzoni.
“Oggi, il bondage, la gomma, la seconda pelle, gonne lunghe attillate, abiti strappati, stivali con stringhe- l’intera fantasia fetish- sono tutti reperibili direttamente da Alaia, Gaultier, Montana, Versace…” Così si leggeva su una pubblicazione di Vogue America del 1992.
Nella metà degli anni Novanta, Jean Claude Jitrois ebbe l’idea di creare una pelle stretch di alta qualità, composta da una percentuale di cotone elastico. “Non si tratta di un indumento soffocante, restrittivo. E’ un pezzo di pelle applicato a un altro pezzo, quasi come dei pantaloni ortopedici. Uno specchio che cattura la luce e lo sguardo di altre persone” dichiarò lo stilista. Jitrois spinse la sua fantasia al punto tale da realizzare un paio di pantaloni in pelle oversize, enormi, paralizzando le gambe con pannelli di polistirolo.
Agli albori del terzo millennio, il porno chic con successo afferma la sua rivincita sul minimalismo. Dopo un decennio di una rigorosità austera, con il monotono tono del nero, la moda ha ricreato dei nuovi codici per se stessa.
Nel 2000 nella collezione Haute Couture di Dior, Jhon Galliano si ispirò alle lettere scritte da Sigmund Freud a Karl Jung alle origini del feticismo. Tutti i classici oggetti del guardaroba sado-maso furono rivisitati: le selle di pelle, le criniere dei cavalli, corsetti ortopedici, le divise delle guerriere in pelle grigia, guanti allacciati fino alla spalla e il cappio degli impiccati come collane. “La nuova donna di Dior è trash: porta i capelli scompigliati, le cosce unte di grasso e ha uno sguardo allettante”: è così che la rivista femminile Vogue di un numero del 2000 descriveva la collezione di John Galliano.
Per Galliano il ‘New look’, lanciato da Christian Dior nel 1947, si avvicina molto al sadomasochismo come la moda d’altronde si è lasciata prendere da questo lessico sessuale.
Da Givenchy a Commes des Garçon, gli abiti sfoggiano dei segni ben precisi che prendono spunto dalle pratiche bondage. Polsini borchiati e collari per cani, stanno a significare le pratiche sessuali “hard core” nel linguaggio codificato del sado-maso e trovano una loro visibilità anche nelle collezioni maschili come ad esempio di Xavier Delcour e di Sèbastien Meunier.
La linea Rive Gauche di Yvès Saint Laurent proponeva degli alti stivali in pelle- tra l’altro uno degli accessori più fotografati della collezione invernale del 2001- che richiedevano almeno 20 laccetti per stringerli.


















Influenze sado-maso per la collezione Dior del 2002; a destra l’attrice e cantante tedesca Ute Lemper in un completo in pelle e velluto nella sfilata del 1995 di Thierry Mougler

A Londra, i giocattoli del sesso come i vibratori e quant’altro fanno la loro comparsa nei conceptal store, nei grandi magazzini e nelle più prestigiose boutique come quella di Sonia Rykiel rinforzando e sostenendo in questo modo il trionfo della sessualità nella moda e nella vita comune, che poi successivamente questi articoli verranno anche analizzati dalle maggiori riviste di moda femminili.
La lingerie di pelle, una volta nascosta dietro le vetrine di velluto rosso dei sex shop, ora trova posto anche nelle collezioni di moda Haute Couture. E’ un tipo di biancheria che viene usato più per mostrarlo che per proteggere le parti intime avvolgendo il corpo come un guscio tra cinture, corsetti, bustini e stringhe di pelle.
Il pornochic è un fenomeno che non si arresta soltanto alla moda ma sconfina anche nella pubblicità di prodotti come profumi, accessori, auto di lusso, ecc..
Il personaggio principale di tale fenomeno è la donna bruna dai lunghi capelli ma le pubblicità francesi e anglosassoni privilegiano le bionde, associate a un’idea adolescenziale. Queste figure, anche se non troppo belle, sono quelle preferite dagli uomini macho in quanto catalogate come donne ingenue, a differenza invece del “cervello marrone” più maturo, più intelligente e dominante. In quanto alle rosse, il destino le riserva una triste sorte perché sono quelle che si avvicinano di più, in un certo senso, alla prostituzione e alla lussuria (gioielli, pellicce, velluto, seta e via discorrendo), mentre negli spettacoli sado-maso vengono messe in scena femmine dai capelli meschati per dimostrare il loro potere di seduzione e di dominio.
Le pubblicità pornochic consistono nella rappresentazione di una donna degradante, alienante e disumanizzata che contribuiscono a disegnare una trama narrativa in cui lo schema è totalmente violento. Questo fenomeno è fortemente influenzato dal cinema hard che ne prende in prestito dei codici aggressivi comprendono specialmente la rappresentazione di rapporti sessuali. Il risultato è una ricostruzione di atteggiamenti, di posture e di sguardi tra i soggetti.
Ma gli effetti captati da questa asimmetria sono per lo più negativi- come può essere l’ipocrisia, l’inganno e così via- mentre se sono positivi si traducono nella sensualità.
Queste scene di iper-sessualità e di riferimenti animaleschi, riflettono simbolicamente a una forma di violenza quali possono essere l’aggressione, la dominazione, gli insulti, gli strupri ecc. Le violenze fisiche, a loro volta, possono essere rappresentate attraverso dei segni ben precisi: donne dagli occhi neri- o dagli occhi colati dal trucco- donne sottomesse, lividi sul corpo, abiti strappati…
Un po’ come fa oggi Alexander McQueen, quando spedisce sulla passerella modelle apparentemente stuprate, violentate, per sottolineare – dice- l’indomita capacità di resistenza e di vittoria di tutte le donne.
In una forma provocatoria, le campagne pubblicitarie da Gucci a Dior fissano la tonalità per questa nuova estetica. La mano schiacciata dal tacco stiletto nella campagna di Louis Vuitton; le lesbo-chic dai corpi unti legate per mezzo di stringhe in quella di Dior; la bionda Kristen Owen ai piedi dell’ enorme cane di Ungaro con la museruola di pelle borchiata; la modella con i peli pubici rasati nella forma del marchio G di Gucci: tutti i più famosi brand si immergono in immagini davvero stravaganti, con il risultato di divenire ancora più comuni nell’ esposizione eccessiva. In Inghilterra la campagna pubblicitaria del profumo Opium di Tom Ford per Yves Saint Laurent, che mostra Sophie Dahl stesa su un telo di velluto in un atteggiamento
eccitante, fu addirittura censurata da tutti i tabelloni pubblicitari inglesi.

campagna pubblicitaria Versace 2003 fotografata da Steven Meisel







Per quanto riguarda la rappresentazione della donna nella pubblicità di moda esistono quattro tipologie differenti: la pubblicità ugualitaria, discriminante, aggressiva e angosciante.
Nella pubblicità ugualitaria domina il senso di parità sessuale tra l’ uomo e la donna senza alcun segno di gerarchia. In queste pubblicità, la donna è ben identificata dalla sua femminilità e non si pone né nel ruolo di dominatrice e né nella parte di quella che si fa dominare. Non ci sono tracce di elementi discriminatori ma pubblicità di questo genere sono poche numerose.
La pubblicità discriminante, invece, è fatta di immagini stereotipate poiché contengono simboli di discriminazione in base al genere sessuale. Infatti gli uomini e le donne, in presenza reale o implicita, dominano l’uno sull’altro partendo dall’equazione: ruolo sesuale=discriminazione=sessualità misogina (che per la maggior parte equivale al disprezzo verso le donne e alla dominazione dell’uomo sulla donna).


A sinistra pubblicità ugualitaria di Calvin Klein; a destra pubblicità discriminante del profumo Gucci: in questo caso è la donna che domina l’uomo.

La pubblicità aggressiva si caratterizza da uno sfondo morboso, eccessivo, smaniato o con un sottofondo di morte dove le paure e le ossessioni latenti sono le vere sorgenti dell’ipersessualità. Esse si riferiscono a pratiche sessuali aggressive e trasgressive, in linea con la dominazione di un sesso sull’altro. La donna spesso è vista con quel senso animalesco che alcune volte diventa anche un oggetto sessuale. Infine la pubblicità angosciante mostra che l’identità sessuale è disturbata, distorta rappresentando la preoccupazione al cambiamento della sessualità. L’angoscia è legata alla nuova generazione della clonazione e alla paura delle tecno-scienze soprattutto nel campo della genetica e della modificazione del corpo. Questa riflette sull’orrore degli attacchi del singolo individuo che li porta a una visione dell’umanità in pericolo.

A sinistra pubblicità aggresiva by Gucci; a destra pubblicità angosciante Yves Saint Laurent.


Ma prendiamo un esempio di come il pornochic imperversa nella pubblicità di moda e di come questa tendenza tende a sensualizzare le immagini mettendo l’accento sulle competenze dell’ipersessualità (distruzione, disordine e riferimenti all’animalesco che si fondano simbolicamente in una forma di violenza): la pubblicità del profumo di Jean Paul Gaultier “Fragile”.

Il personaggio principale è ovviamente una donna dai capelli neri e corti ed è vestita solo da un pezzo di tessuto nero che ricopre parzialmente il suo corpo. La circondano tre uomini nudi: uno si tiene dietro di lei mentre gli altri due le tengono rispettivamente una gamba. I tre uomini sembrano sostenerla e questo ci permette di pensare che essa non è per niente in posizione di dominazione. La donna è elegantemente pallida e il color della sua pelle- bianco latte- contrasta fortemente con lo sfondo nero. In secondo luogo, si nota il contrasto tra la sua pelle e quella dei tre uomini. Loro sono abbronzati, ma non troppo, e questo particolare fa pensare che questa donna sia morta. E non è soltanto il colore della sua pelle ad avvicinarsi a ciò: dall’espressione del viso che è spento, in coma, dal corpo sorretto dai tre uomini in una posizione particolare. Il tutto rinvia alla rigidità cadaverica.
Una femmina “fragile” che tre uomini devono trasportarla prendendo ogni tipo di precauzione mentre lei è disincantata e disumana.

Questa pubblicità riflette inevitabilmente una sensualità poderosa mischiando l’idea della morte: si confronta con la rappresentazione erotica e l’angoscia della morte, argomento di interrogazione profonda della società di oggi giorno. Questa pubblicità si inserisce nello schema aggressivo del pornochic: gioco di contrasti e di colori- nero e candido- di posture, di atteggiamenti. Gli uomini dominano la donna su tutti i piani: sono in tre, sono vivi e solidali. La donna sembra morta e questa si traduce nella violenza, nell’animalità e nelle pratiche trasgressive ( i tre uomini la tengono come una preda- destrutturazione di posture e di sguardi). Si può anche pensare che questa pubblicità sia inscritta nello schema angosciante del pornochic poiché le identità sessuali sono un po’ confuse.
L’ambito della fotografia di moda può essere opportunamente diviso (anche se oggi la postmodernità tende a mescolare tutto a livello di stili, di concezioni, di rapporti più o meno tangibili con il reale) in due tendenze: l’una realista, che tratta la moda nell’ottica verista di reportage; l’altra creativa (che non indica un valore in rapporto alla prima tendenza) situa la moda in un mondo più rarefatto e fantastico, inaccessibile, a volta intimista, ma comunque sempre sofisticato e distante dalla quotidianità della maggioranza.
Se l’identità della fotografia, nelle proprie multiformi possibilità espressive, può prescindere dalla moda, non è vero il contrario nel senso che la moda ha trovato e trova nella fotografia uno dei suoi principali mezzi di conoscenza, di diffusione e di affermazione della proprie creazioni. La moda non è fotografia, ma la moda senza fotografia resterebbe qualcosa di separato dalla comunicazione sociale o non potrebbe quindi assumere quel fenomeno di carattere di massa, internazionale e planetario, che ne costituisce una delle dimensioni di maggiore importanza per la sua identità (cosa che la moda non era prima della fotografia di moda: nel senso che era di elite riservata alle classi sociali di alto rango come lo è stato d’altronde fino agli inizi del ‘900).
Uno dei caratteri essenziali delle società industrializzate moderne consiste nel fatto che alcuni gruppi sociali di estensione assai variabile si impossessano di una determinata forma trasformandola in norma. Tale norma viene applicata in maniera scrupolosa, e a volte febbrile, per la durata di mesi o di anni e poi viene abbandonata in favore di un’altra forma-norma. E’ questo uno dei meccanismi essenziali che stanno a fondamento della moda. In questo campo non esistono più leggi né norme di carattere obbligatorio, al di fuori di quelle che impongono a determinare categorie di individui di indossare uniformi o certi abiti dipendenti dalla funzione svolta.
Le migliori fotografie di moda di solito, non sono la semplice raffigurazione fotografica dell’apparenza di un capo di vestiario: sono sempre qualcosa di più e di diverso scatenando la fantasia di chi le osserva.

“Una delle funzioni dell’arte popolare è sempre stata quella di fornire alla gente delle esperienze negate dalla realtà: un assaggio di romanticismo, glamour, avventura, pericolo. Ma forse man mano che la vita di ogni giorno diventa sempre più omogenea, la gente ha bisogno di brividi sempre diversi. Oggi la maggior parte delle persone ha contatti con il pericolo di seconda mano- ai concerti rock, al cinema, alle partite di calcio-: la violenza come spettacolo si è integrata nella vita”

New York Magazine, 29 novembre 1976.

LA SECONDA PELLE NEL FETISH.

“Gli abiti in pelle e il feticismo radunano

le persone intorno a una fantasia e non intorno

a una classe sociale che impedisce questo scambio”.

Valery Steele



IL FETICISMO

L’odore di un animale si mescola con quello del corpo umano, un sensuale gemito, una tensione sulla pelle consacrano nuove dimensioni alle forme: è in questo modo che la pelle si presta alle numerose fantasie sessuali. Combinando la morbidezza, la potenza e la selvatica qualità diventa portatrice di simbolismi diabolici e sessuali.

La storia della pelle in materia fetish, inizia nel diciannovesimo secolo come prodotto culto per le calzature. Successivamente nel Ventesimo secolo, la sua implicazione nelle trasgressive pratiche sessuali aumentò il significato trasgressivo ed erotico. In una società di proibizionismi e di divieti, le pratiche feticiste offrivano un gran senso di libertà e di evasione. Tra potere e sottomissione, le immagini erotiche del diciannovesimo e inizi del ventesimo secolo, mostrano donne aggressive che maneggiavano fruste intrappolate nelle loro vesti inquietanti, come ad esempio fu l’eroina dello scrittore austriaco Leopold von Sacher- Masoch in Venere in pelliccia del 1869, che successivamente ispirerà artisti e scrittori dalla portata di Salvador Dalì, Franz Kafka, Gilles Deleuze e Lou Reed.

Come uno sfogo ai bisogni interiori, i frustini, gli stivali, i pantaloni aderenti bondage, i corsetti e la biancheria, le cinghie restrittive, le cinture di castità, i guanti e i cappelli, i collari per cani e le manette fanno tutti parte dei rituali scenari che coinvolgono i dominati e i dominatori, come fanno parte i colori del rosso, associato al colore dell’inferno e del nero legato alla perversione simboleggiano l’immersione dei corpi e delle anime nel fondo oscuro della violenza.

Rivestendo prettamente il proprio corpo, la pelle ridefinisce la personalità di chi la indossa, fino al punto di scomparire sotto a cappelli, cappucci e passamontagna con le zip facendo intravede soltanto le labbra e gli occhi. La pelle può essere anche luccicante dai colori brillanti, intensificando ulteriormente gli stimoli visivi e aggiungendo sensazioni fisiche prodotte dal materiale.




Un esempio di scarpe che costringevano i piedi sono gli stivali in pelle chiamati Viennese, che si abbottonano a mezzo polpaccio con la caratteristica di avere undici pollici. Inoltre il decolté della scarpa, per la sua infinita armonia, esorcizza prepotentemente il corpo dai bendaggi e strozzature delle cinghie al torace e al di dietro delle natiche.

“Il suo intero corpo è trasformato in un’armatura fallica. Scarpe dal tacco alto, stivali, e guanti sono tutti ovviamente simboli fallici, come può essere la frusta che lei spesso porta con sé”

Così Valery Steele nel suo libro “Fetish: Fashion, Sex and Power” descrive la figura di una donna dominatrice.



Anche il proprietario del Rex, un negozio di oggetti e indumenti in pelle e in lattice nel quartiere gay di Parigi, si esprime a riguardo affermando che, in queste vesti si assume una personalità animale, richiamata dall’ istinto naturale. Indossando la pelle si crea così una immagine tanto forte e aggressiva, aiutando a portare fuori i desideri più nascosti. Inoltre -continua- aiuta le persone che vogliono faticosamente affermarsi nella società, ottenendo in qualche modo una certa auto-sicurezza Se un accessorio vestimentario ha connotazione feticistica è perché possiede implicazioni culturali non caratteristiche connesse con l’oggetto. Come un simbolo di appartenenza a un gruppo, anche le uniformi adottate dal repertorio militare fanno parte del vastissimo guardaroba feticista. Ma i cappotti neri, gli stivali e i pantaloni stanno a significare un’ambiguità inquietante per chi li indossa, associati esclusivamente a un’idea di potere e di super-virilità estetica. Esprimendo potere e sottomissione questi articoli negli ultimi tempi sono molto lontani dal contesto sessuale del sado-machismo che viene propagato e riciclato eccessivamente dalla moda, dalle arti visive, dai film e dalla stampa come ad esempio Bizzare, Skin Two e Black Leather. Ci sono anche moltissimi film in cui queste uniformi in pelle figurano prepotentemente, come in Maitresse (L’Amante O) la quale protagonista Bulle Ogier indossa delle tenute in tema feticistico disegnate da Karl Lagerfeld. La seconda pelle stabilisce anche l’immagine sexy delle futuristiche e intrepidi eroine della serie The Avengers (Le Vendicatrici, o come meglio era chiamato in Francia “Chapeau melon et bottles de cuir”. Cappello e stivali di pelle), in cui Diana Rigg interpreta Emma Peel, una donna eccentrica e coraggiosa la cui tuta da gatta, fu ispirata direttamente dai costumi feticisti e creata da John Sutcliffe di Atomage. Inoltre troviamo anche la Catwoman vestita con una tuta in vinile nella prima serie di Batman Return del 1992; mentre più recentemente nella trilogia di Matrix, gli elementi feticistici vengono rappresentati dalla tuta in pelle verniciata che viene indossata ad ogni missione pericolosa. Marchi specializzati nel settore feticistico come Marquis de Suède, Phylea, Demonia, e Cat Style realizzano queste fantasie in pelle e in altri materiali tipo in lattice, vinile, PVC, imitazione della pelle, che sono molto piacevoli al tatto e rafforzano l’ideale immaginario della seconda pelle.

SESSUALITA' E TRASGRESSIONE: Tra la moda e i reportage di Helmut Newton.


“Mi immagino delle storie possibili..

poi dipende solo dall’immaginazione

di chi guarda..”

Helmut Newton








L’uomo, il maschio contemporaneo è un atto di immaginazione legato all’abbigliamento: una fantasiosa creazione determinata dalle ricche stoffe, dalla virilità della pelle, dalla suggestione di automobili e motocicli, da riferimenti a samurai e cavalieri del passato e del presente e dalle eroiche funzioni vestimentarie. Gli uomini, più delle donne, costituiscono la loro identità attraverso il vestiario sottolineando il genere con la mascolinità e le sue metafore.
Tuttavia questo uso sarcastico di una metafora vestimentaria prova che la moda, ancora oggi, gioca un ruolo fondamentale nel definire un uomo e il suo comportamento sociale.
Prendiamo come esempio il maglione di Jean Paul Gaultier della collezione autunno\inverno del 1991 che rappresentava la vera trasformazione fisica dell’uomo per la struttura esageratamente gonfiata. Il maglione offre caratteristiche mascoline dal rigonfiamento delle spalle e dell’articolazione della parte alta del braccio contro l’affinarsi della vita instaurando un certo new look, esagerando la silhoutte del maschio-macho che successivamente verrà imitato da molti altri.
Fedele all’esaltazione e alla rivelazione del corpo, sia maschile che femminile, Gaultier, persegue attraverso l’abbigliamento, all’ideale di una fisicità eccezionale: un rapporto tra anatomia e forma della moda.
Per non dimenticare anche le varie proposte delle gonna per l’uomo, e l’uso costante del kilt presentate in molte collezioni scioccando e mutando il concetto delle mascolinità. Come dichiara l’esuberante creatore:
“Questo per me non ha nulla a che vedere con il travestimento: penso che il travestimento avviene quando il corpo dell’uomo si veste con degli elementi tipici del corpo femminile, e viceversa, come per esempio il reggiseno..”
Lo schema astratto della silhoutte maschile viene rappresentato coerentemente anche da Thierry Mugler. Il suo abbozzo evita, anche nell’abbigliamento formale, i tradizionali particolari delle regole vestimentari maschili, preferendo che sia l’abito a essere interpretato come la forma virile.
Questo simbolismo virile può essere accettata senza riserve sia rispetto dalla vestibilità e dalle spalle ampie di un giacchetto del Perfecto Schott e sia da un maglione di Gaultier.
Tra tutti i ruoli e i poteri maschili, forse il più importante, e ancora il meno visibile, è l’erotismo. Quanto viene quindi esibito nel comportamento sessuale maschile è ciò che viene sublimato nell’abito. Per la maggior parte, gli uomini del ventesimo secolo si vestono senza effetti erotici. Al contrario, hanno preferito cancellare la simulazione erotica dall’abbigliamento concentrando l’erotismo nella moda femminile. Questo ha un significato sociale di ruolo, di appartenenza a ruoli, di dichiarazioni di superiorità o inferiorità. Delle distinzioni scandalose, anche se negli ultimi anni l’uomo, il concetto di uomo, è molto cambiato. E’ cambiata la visione dell’uomo di se stesso e anche della donna sull’uomo. Oggi è possibile che un uomo non sia più costretto a rappresentare il teatro della virilità, ma che riesca a mostrare la propria sensibilità che per anni è stata censurata perché la società imponeva di non esprimere le sue emozioni, ma di dimostrare il suo potere e il suo dovere. Questa nuova sensibilità mostrata dal sesso forte, potrebbe essere anche una nuova forma di seduzione.

Ma i tacchi esasperatamente a spillo, armamentario sado-maso, bellezze altere e statuarie: questo è il mondo femminile rappresentato da Helmut Newton, autore di una serie di fotografie sul confine tra il sogno e l’incubo.
Il geniale e visionario Helmut Newton ritrae temi e raffigurazioni scioccanti ma mai compiaciute della violenza. Si possono definire ironiche, come ironiche sono le sue foto di moda erotiche, che dall’erotismo alla Playboy denunciano la superficialità e la transitorietà. I motivi ispiratori per lui sono dunque sesso, mistero e provocazione. Trasgressione nelle atmosfere, nei temi legati senz’altro anche all’immaginario erotico feticista: scarpe con tacchi a spillo, pelle, pellicce, frustini. Pertanto le foto di moda definiscono la nuova dimensione della sessualità femminile, essenzialmente aggressiva e ambigua. Famosi rimangono anche la immagini in cui suggerisce legami omosessuali in cui i concetti di maschile e femminile vengono stravolti se non distrutti.
Seduzione e perversione, nudo e vestito, vero e finto: Newton sembra così giocare continuamente sul filo dell’inganno, della presa in giro di chi osserva.
Le sue immagini inoltre, per quanto sorprendente e scioccanti nella loro implicazione sessuale, trasmettono sempre più un senso di distacco, di casualità senza alcun coinvolgimento emotivo. I suoi ‘ritratti erotici’ e i suoi nudi nascono nella fotografia di moda come pratica mescolando moda e sesso, soldi e potere, fotografando appunto in quei luoghi in cui si associano ricchezza ed erotismo: alberghi lussuosi, ville e piscine holliwoodiane mettendo in scena le sue ossessioni personali.
Newton è divenuto celebre per la sua visione erotica del corpo abbigliato delle modelle: lavora di eccesso laddove la fotografia normale si arresta. Mette in risalto la natura di arma delle manie e del guardaroba femminile. Lo sguardo delle sue donne si fa sadico, mentre quello maschile masochista. E’ riuscito benissimo a diffondere un immaginario ardito e stridente, di essere più forte della pornografia, più forte della body art, più forte del cinema nero e di suspanse.

“Adoro la volgarità: essa rappresenta per me il contrario della banalità, che disprezzo assolutamente. L’eccesso diventa kitsch, che non ha niente a che fare con il cattivo gusto” -dichiara il fotografo. “Un kitsch tutto sommato molto mentale, ricostruito come distanza dall’omologazione: mi interessa come idea blasfema..”























lunedì 1 settembre 2008

FABOULISH.

"Faboulish."
Il mito delle principesse nel mondo incantato il potere delle dominatrici nelle passioni sofferte:
tra la favola e il feticismo.
















































































“Faboulish”: tra la favola e il feticismo.

Una storia, due situazioni e due mondi contrapposti:

da una parte troviamo una donna dominatrice, potente, dittatoriale e sicura di sè stessa che indossa un abito in pelle color argento con intagliature verticali creando un effetto pelo dallo stile avveniristico anni sessanta, ispirato alla conquista spaziale di quegli anni (l’arrivo dell’uomo sulla luna) proiettando il significato sulla donna dominatrice della storia.

Dall’altra parte invece troviamo una donna romantica e misteriosa. Indossa un vestito a due pezzi: un bustier a punte dal richiamo fetish e una gonna fiabesca a balze sul retro e aperta sul davanti, creando un effetto maestoso. L’abito è stato realizzato interamente in pelle intagliata dalle sfumature blu-viola, che cambia colore in base alla luce e al movimento. La donna romantica, vittima di una realtà che non le appartiene, fugge dal suo uomo verso un nuovo mondo. E in una notte di fuga, lasciando la scarpa in un sentiero come simbolo di una vita passata, all’alba di un nuovo giorno scopre la sua vera identità.

L’incantesimo del lieto fine, come nella favola di Cenerentola, è ricreato dalla magia dell’alba, simbolo dell’inizio di un nuovo giorno, di una nuova vita.

Due mondi e due situazioni differenti che si incontrano in un unico universo, in un riconoscimento emotivo dai tratti ambigui. Immagini e circostanze che creano una sensazione, suggeriscono un coinvolgimento, per impegnare l’immaginazione e la fantasia dell’osservatore.

La scelta delle location è stata effettuata con molta attenzione per mantenere una certa coerenza tra la donna (dominante-romantica) e l’ambientazione della storia. Ad esempio per la donna dominatrice è stato scelto un monumento di Roma (Eur) che rispecchia con la sua struttura quel senso di grandezza, maestosità e di potere. Per la donna romantica, invece, l’ambientazione è stata del tutto ricostruita. L’interno di uno spazio è stato arredato con oggetti quali candelabri, pianoforte a coda, specchi barocchi, fotografie di Helmut Newton… che ricreano una situazione di eleganza, di raffinatezza e di mistero. Per gli ultimi due scatti finali, in cui viene rappresentato l’incontro tra le due, è stato scelto uno spazio all’aperto (Parco dell’Appia, Roma) per esprimere quello stato d’animo appagato che raggiungono le due donne, smettendo l’una di cercare e l’altra di fuggire.

Anche la scelta dei soggetti non è stata casuale: la dominatrice dai tratti somatici marcati, così come i capelli e occhi scuri, incarna lo stereotipo di donna forte; mentre la donna romantica dalla carnagione pallida, capelli biondi e occhi chiari, in personifica lo stereotipo di donna fragile.

“A new cindarella is born…”

Faboulish è una storia creata e ideata dall'ingegno creativo di Ivan Gigante.
Fotografie Raffaele Petralla;
Art Director, styling e scenografie Ivan Gigante;
Assistente Styling Chiara Marona;
Modelle: Chiara Marona e Marzia Zanza;
Trucco e parrucco Marco Montagnola;