mercoledì 27 agosto 2008

L'AUTOREVOLEZZA DEI ROCKERS: DALLO STILE TEDDY BOYS ALLA CONTRAPPOSIZIONE MODS.


“Certo eravamo giovani, eravamo arroganti,
eravamo eccessivi, eravam
o avventati…
Ma avevamo ragione!”
Abbie Hoffman.



L’ Inghilterra è la patria di molte avanguardie culturali giovanili del secolo, spesso non considerate dalla cultura accademica ufficiale che le ha sempre valutate, talvolta con disprezzo, come delle sotto o addirittura delle subculture: dai Rockers alla Beat Generation, dai mods, punks
e più recentemente ai biker e skinhead. Dovunque, comunque, spesso c'era la moto e il giubbotto nero in pelle a esprimere il filo conduttore di una protesta. I Rockers, che provenivano in genere dalla piccola borghesia e dal proletariato, erano contro i luoghi comuni dell'idea sazia, immutabile e benestante del potere espresso dai ceti dell'alta borghesia, ma vennero rinnegati dalla controcultura ufficiale perché refrattari a qualsiasi forma d'inquadramento e di gestione ideologica. Tra Rockers non v'era distinzione sociale, tra ricco e povero, tra istruito ed ignorante: contava solo chi fosse il più veloce. Quell'ambiente, dove gli handicap sociali erano azzerati, costituiva un ottimo terreno di rivincita per i giovani della classe operaia tracciando un solco indelebile, quasi a lasciare un'eredità.E' una storia fondamentalmente metropolitana, che nasce inizialmente nelle grandi città inglesi a testimoniare il disagio sempre crescente dei giovani, e la loro avversità verso un mondo che tentava di ricomporsi. I principali luoghi deputati nei quali comincia la storia, sono l'Ace Cafè e il Club 59 di Londra; il lungo mare Madeira Drive con il Palace Pier a Brighton, una cittadina che si affaccia a sud di Londra proprio sulla Manica. Vicino e facilmente raggiungibile, negli anni Sessanta dove non esistevano ancora larghe possibilità economiche che potessero favorire grandi spostamenti, era la meta dei fine settimana dei Rokers londinesi. Sulla scia di questi santuari, nacquero in ogni contea, città o paese, bar e luoghi d'incontro dove si propagò il verbo. In tutta l'Europa del nord, i rockers erano una solida realtà motociclistica. Nei primi anni Sessanta, l'Ace Cafè divenne molto popolare presso i motociclisti e in breve si trasformò nel principale punto di riferimento di Londra, della più grande città europea.Il filo conduttore era la "musica del diavolo", il Rock'and'Roll. I musicisti inglesi ammiravano molto i loro contemporanei americani, ma in quanto alle moto, quelle "Made in England" non erano seconde a nessuno. Il Rock era propagato attraverso la radio e nei bar con i jukebox, e in quella atmosfera si svilupparono i "Rockers" e i "Ton-Up-Boys". Quest'ultimi erano rockers che infrangevano sulla Old Circular Road i 160 km/h e la leggenda narra che era un classico infilare la moneta nel jukebox e partire per un percorso programmato che attraversava il Tamigi per poi ritornare all'Ace Cafè, tassativamente prima che il disco nel jukebox, finisse. Le origini di questo movimento proletario, associabile più a uno stile di vita che a un fenomeno di moda, antesignano della contestazione giovanile, si ricollega alla California del dopoguerra . Precisamente a Holister, dove nel '47 un gruppo di teppisti diventa il terrore del villaggio, scorrazzando in formazione su motociclette di grossa cilindrata e aizzando risse che culminano nella distruzione dei locali pubblici. La scelta di questo mezzo di locomozione esprimeva il rifiuto dell'automobile: sogno dell'americano medio in quel primissimo dopoguerra. E, se negli Stati Uniti ispira gli Hell's Angels , in Inghilterra fomenta la costituzione dei primi nuclei rockers. A scatenarli saranno proprio il film “Blackboard Jungle” di Bill Haley con il mix di musica race, country e hilly billy dal titolo ‘Rock Around the Clock’: vera e propria bandiera musicale del movimento in simbiosi con la motocicletta. All'energico ritmo del brano di Bill Haley che resterà in classifica cinque mesi vendendo ventidue milioni di dischi, i branchi di rockers si riuniscono e si moltiplicano soprattutto nelle contee dei distretti minerari a nord di Londra, dove, in una coincidenza geografico-culturale, prosperano le industrie motociclistiche. Prima fra tutte la Bsa di Birmingham alla quale successivamente verrà dedicata la copertina del disco dei Rolling Stones, Rock'n'rolling.I rockers tutto sommato discendono direttamente dai teddy boys degli anni cinquanta da cui ereditano il diritto di essere giovani, a esprimere fino in fondo un mondo proprio. I rockers palesano una stretta affinità con la classe operaia in maniera più immediata e hanno caratteristiche più sfumate anche perché non hanno avuto nessuna canonizzazione successiva da parte di altri ragazzi emuli di stili giovanili del passato. Ma i Teddy boys, giovani delle classi proletarie, la prima di quelle subculture giovanili che apparirono in Inghilterra nei primissimi anni Cinquanta, elaborarono in modo nuovo una serie di simboli di appartenenza e di comportamenti. Incominciarono a vestire secondo lo stile ‘edoardiano’ lanciato dai grandi sarti di Savile Row alla fine degli anni Quaranta.

I teddy boys adottarono questo abbigliamento altoborghese, piuttosto tendente al dandismo – costituito in sostanza da giacche 3\4 con le maniche ampie e lunghe fino alla punta delle dita , panciotti alla dandy e da calzoni stretti a tubo, e camicie bianche senza colletto. Poco alla volta vi introdussero delle modifiche, sostituirono alcuni dettagli contaminando lo stile edoardiano con simboli e suggestioni presi in prestito altrove: ad esempio dai film gangster-americani o dall’abbigliamento delle nascenti rock stars attraverso un attento “bricolage” portandolo all’estremo: scarpe con suole di para e cravattini sottili di pelle a stringa oppure legati a fiocco. Successivamente il laccio al collo veniva chiuso da dei medaglioni raffiguranti teschi, aquile, dollari, ecc.
Lo stile ted verrà anche ripreso nella metà degli anni Settanta dai cosiddetti “rockabillies”, diversi nel modo di vestire, ma con molta cura del proprio look. L’abbigliamento, le pettinature, i modi di gesticolare, discendono in modo diretto del rock'n roll. Essere rockability è un etichetta che si presta a differenti usi: un gioco, la voglia di essere notati dalla gente, un modo per dichiarare la propria diversità.
L’abbigliamento è importante, poiché il rockabilly è un gran narcisista. Il termine che veniva usato di più per distinguerli era “Cat” e che per definizione vuol dire “il più figo” sempre perfettamente in ordine, tirato a lucido per essere il migliore. La maggior parte si ispirarono al look di Marlon Brando nel film “The Wild One”: T-shirt, jeans a sigaretta, giubbotti in pelle nera, il famosissimo chiodo; oppure si ispirano al modello “Happy Days” stile Fonzie del telefilm americano: giubbotto stile “collage americano”, con inserzioni di pelle o panno sulle spalle, maniche bicolori e scritte sulla schiena o al petto indossati sopra a camice anni Cinquanta in tinte molto vivaci o vistosi quadrettoni, mentre ai piedi stivaletti di pelle nera un pò a punta. In realtà, è più verosimile che i rockers inglesi, nella loro caratterizzazione dei primi anni sessanta, rappresentino un’evoluzione del culto dei teddy (quelli veri): strenui appassionati di un rock’n’roll in fase di avanzata decomposizione, hanno rimpiazzato le giacche edwardiane di un tempo in favore di giacche e pantaloni di cuoio nero, e gli stivaloni da motociclista. Restano i vecchi ciuffoni imbrillantinati a calare sulla fronte, e si impone definitivamente un feticcio amato e coccolato come se fosse un’estensione del proprio corpo: la motocicletta. E’ il mondo di Marlon Brando e della sua banda di ribelli, del suono classico del rock’n’roll di Elvis Presley e di Gene Vincent: un mondo in cui i teenegers maschi devono essere forti, coraggiosi e uniti da sacri concetti quali l’amicizia, il rispetto reciproco e il patriottismo; e le ragazze sono relegate al consueto ruolo di compagne affidabili e fedeli al proprio uomo, meglio, naturalmente se posizionate sul sellino posteriore della moto. Un mondo dove, se è ammesso bere birra in quantità al pub, gli stupefacenti sono severamente proibiti, quale espressione di una società che si va corrompendo sempre più: l’unica vera droga che i rockers si concedono sono le loro folli corse in moto a tutto gas, che esaltano i sensi e danno una sensazione di invincibilità.Motociclisti che venivano chiamati "Rockers", perchè figli della musica Rock'and'Roll, ma anche perchè duri e determinati come la roccia, anche se inguaribili romantici. I Rockers si dinoccolavano, in un atteggiamento caratteristico, fatto di pose, posture, appoggiati su un fianco, con la testa reclinata da un lato e le mani con i pollici nelle tasche dei jeans, a dondolarsi. Era come se ballassero, sempre. Amavano la moto, che era il loro cavallo d'acciaio, il destriero inseparabile, compagno di ogni avventura. E sì, perchè i Rockers, amavano l'avventura, in moto e preferibilmente in gruppo. Il desiderio di muoversi in moto rispecchia la necessità di avere un abbigliamento adatto a questa esigenza. Dopo tutto per questioni di comodità il rocker non era certo un tipo elegante.Come i teddy-boys con i quali si identificavano, i rockers scelgono i capelli gonfi in alto e imbrillantinati, ma soprattutto adottano giubbotti di pelle nera a doppio petto con reveres della Lewis Leather's oppure Aviakit e Perfecto: la loro tenuta ideale, buona per ogni stagione e per qualsiasi tempo atmosferico. Sul giubbotto vengono applicate gli stemmi dei vari club di cui si è amici, i marchi di produzione delle moto o delle varie gare disseminati da borchie cromate e pins. I pantaloni erano in pelle nera o jeans- Submariner- macchiati e sdruciti da proletariato dentro gli stivali alti -Spitfire, e Classic Ace- e sporchi da esibire provocatoriamente, incrociando i piedi sui tavoli con calzettoni bianchi rigirati in fuori insieme agli occhiali da moto e il casco da portare sempre con sé: ogni pezzo dell’abbigliamento contribuiscono all’immagine dei ragazzi che sono principalmente dei patiti motociclisti. Spesso portavano anche un cappellino in pelle chiamato Kagneys con il fazzoletto annodato al collo da alzare sul viso per proteggersi dalla polvere o dal vento, alla stregua dei banditi adottato essenzialmente per esprimere e rappresentare un senso di sfida. E per finire i guanti di pelle che coprivano le maniche per prevenire che le ondate di aria entrassero nelle loro “armature”.
Erano tipi alla Jeames Dean, alla Marlon Brando, figli in tutto della "gioventù bruciata" del loro tempo, degli anni Cinquanta. I Rockers erano motociclisti da bar, che amavano ascoltare musica con le loro ragazze, correre in moto, e poi fermarsi al caffè per guardarle e contemplarle, comodamente seduti dietro un tavolino con un drink in mano.
Da una parte i Rockers hanno rappresentato l'aspetto europeo della dimensione del ribelle, mentre sotto l'aspetto motociclistico, le loro scelte (special e Cafè Racer) erano assolutamente soggettive e individuali, tendenti a modificare in termini personali, a secondo dei propri gusti, la propria motocicletta.
Questi giovani rockers vivevano per il presente di un immagine trasandata, mascolina, da “bad boy”, da cattivi ragazzi. Sostanzialmente provenivano dalla working class e ripudiavano ogni forma di moda: infatti questo movimento è associabile più a uno stile di vita che a un fenomeno di moda. Johnny Stuart, rockers, che per molti anni ha scritto un libro sulla vita dei rockers degli anni sessanta, afferma:“Che cos’è che fa l’identità di un rocker? Le opinioni possono essere differenti, ma devi andare su una moto, essere inglese; su questo non si discute e devi correre. Veloce.”I rockers si presentavano come dei giovani con uno stile proprio vivendo secondo una filosofia che poteva riassumersi in "Moto e Rock'n'Roll"; era un vero eroe ribelle, avverso alla conformità.
Nella moda, nell’inseguire le tendenze del momento, ci vedevano una sorta di debolezza e “femminilità” del carattere. Questi motociclisti sono piuttosto alla ricerca di una supposta autenticità dell’esistenza, con la violenza e i pericoli che una vita ‘naturale’ presuppone e che la moto esalta. Loro amano tutto ciò che può essere interpretato come uno stile naturale come ad esempio gli abiti sporchi di fango, i vestiti di pelle o fatti con il cotone grezzo dei blue jeans; hanno un andatura e un modo di ballare rozzo, poco artefatto. Nessun stile ricercato fa parte del loro modo di comportarsi e di pensare. I rockers sostanzialmente hanno valori conservatori e maschili: amano sporcarsi le mani con i motori, condividono una passione per le moto all’interno di un universo quasi esclusivamente maschile, e si vantano anche di avere molte donne. In realtà le ragazze non sempre sono interessate a loro, da una parte perché sono ancora tradizionalmente escluse da un mondo tutto incentrato sulle moto, dall’altro perché le giovani della classe operaia non sono sedotte da un modo rude di vivere, che non lascia sperare in nessuna promozione sociale.
Con sintomatica contemporaneità, a questi moti di ribellione fanno eco in Europa quelli dei Blouson Noirs francesi, degli Halbstarken tedeschi . Ma il denominatore comune, che fonde tante energie contestatrici in un movimento di portata internazionale, è il film The Wild One (Il Selvaggio) per la regia di Laslo Benedek. Il protagonista, Marlon Brando, capo di una banda di ribelli, diventa subito icona dell'opposizione giovanile che attacca l'establishment con comportamenti al limite del teppismo consacrando il mito del giubbotto nero di pelle.
Verso la metà degli anni Sessanta l'avvento dello stile di Carnaby Street e della Swining London, il dilagare dei Beatles, degli Who, della cultura di "Tommy" e di "Quadrophenia" segnò l'avvento dei Mods e di una nuova era. Una generazione diversa, che preferiva lo scooter, possibilmente italiano come la Lambretta o la Vespa; una gioventù dai connotati modernisti, inteso come stile di vita e insieme di regole da seguire quotidianamente (gran parte dedicate alla cura del proprio look) e la predisposizione verso tutto ciò che si rileva nuovo e insolito. Gli appartenenti a questo gruppo svilupparono uno stile nel vestire sobrio, raramente sgargiante e fortemente elegante fino all'ultimo dettaglio, ispirato all'Ivy League look, ovvero al modo di vestire nelle più prestigiose università americane: camicie botton-down, giacche tre bottoni con reveres stretti, pantaloni senza pences, cravattini fini, mocassini o brogues. Polo, maglie, scarpe, scooters, tagli di capelli erano tutti mezzi per creare il cosiddetto "total look", ovvero un'immagine nel complesso coerente ed elegante, del tutto distinta al modo di vestire della massa omologata, ma non per questo sgargiante o di cattivo gusto. La filosofia mod era di prendere il meglio che la società offriva, non per seguire passivamente una moda, ma per puntare alla continua ricerca di una perfezione estetica individuale (ma non solo estetica, anche comportamentale).

I mod non vivevano soltanto dentro a un completo sartoriale, ma possedevano anche loro uno stile casual davvero unico. L’indumento principe era la polo a maniche corte o lunghe della Fred Perry, originalmente create per il tennis ma subita adottata dai mod per i colletti con chiusura tre bottoni ornati da strisce parallele colorate e per il simbolo del piccolo alloro sul petto sinistro. Questa veniva spesso indossata sui jeans Levi’s con lo scopo di rendere elegante anche un look casual. Addirittura, la polo poteva sostituire la camicia sotto il completo, creando uno stile nuovo e che in seguito apparirà sui cataloghi di moda di tutto il mondo.
Al tempo stesso faceva il suo ingresso nel look modernista l’uso del parka, impermeabile militare verde, inizialmente indossato per proteggere l’abito elegante durante i viaggi sulla lambretta o la vespa, ma dopo il 1964 diventò segno distintivo mod. In più troviamo anche quello dell’Harrington, giacchetto corto con chiusura lampo foderato all’ interno in lana a fantasie scozzesi ( questo modello fu indossato da uno dei protagonisti di una serie americana, ma la differenza è che era in pelle).
“C’era qualcosa nel modo in cui si muovevano che gli adulti sarebbero stati incapaci a compiere” nota Dave Laing, “qualche particolare inafferrabile, come un gambale lucido, una marca di sigarette, una maniera di farsi il nodo alla cravatta, che sembrava stranamente fuori luogo.”
Lo stile cool dei mod si rivelava al tempo stesso una lieve forma di narcisismo e una scelta dettata dalla necessità di distinguersi da altre gang giovanili dello stesso periodo, soprattutto negli indumenti provenienti esclusivamente dagli USA o dal continente europeo, qualcosa insomma di non direttamente acquistabile in Inghilterra: scarpe, nylon, e i dettagli dei completi a tre bottoni all’inizio; il trucco (non solo femminile) e lo scooter in seguito. Queste erano le armi usate dai mod per evitare la contaminazione con i gusti dei teenagers loro contemporanei come i teddy boys, i beatnik, e più tardi gli eterni “nemici” rockers.
La contrapposizione che si venne ad insinuare tra rockers e mods era fondata fondamentalmente sul fattore del gusto considerati dai giovani mods diversi e troppo lontani da quell'ideale di stile (estetico e comportamentale) a cui loro tendevano.
I mods ritenevano lo stile dei rocker qualcosa di vecchio, non sopportavano la loro rudezza, il loro costante uso di brillantina, responsabile di un look sporco e repellente. Viceversa ai rockers non piaceva la cura di un look pulito e netto dei mods, accusati di essere troppo narcisisti ed effeminati.
Il profilo elegante del taglio alla francese dei mod, contrastava con la brillantina dei rockers, qualcosa di più apertamente maschile.
I Mods e i Rockers, infatti, sono bande giovanili che vivono e si vestono in modo estremamente differente tra loro. I Mods, pur essendo in gran parte composti da giovani studenti e operai, arrivano da zone dove si respira un clima di benessere piccolo borghese, soprattutto da Londra e dal meridione dell’Inghilterra. Amano la “pillola blu”, come viene chiamata in gergo l'amfetamina e sono vestiti in modo inappuntabile con parka, giacche di velluto a coste, camicie e pantaloni larghi. La cura dell'abbigliamento si accompagna a una ostentata cura della persona, con capelli corti o moderatamente lunghi e ben curati. Si muovono in gruppo guidando scooter, soprattutto Vespe e Lambrette, personalizzate con un numero incredibile di fari. Detestano il vecchio rock and roll, al quale preferiscono il soul della Motown e il rhythm and blues. Tra i gruppi britannici preferiti dai Mods ci sono gli Who e gli Small Faces, per il loro rock accelerato e anfetaminico. I Rockers, invece, provengono dai quartieri poveri della capitale e dall'Inghilterra settentrionale. Girano su rumorose e antiquate motociclette, hanno i capelli lunghi e incolti o corti e impomatati di brillantina, indossando jeans con giubbotti di pelle. Amano il rock and roll delle origini, i Kinks di You really got me e, soprattutto, i Beatles che, come scrive il cantante e giornalista Mick Farren e da gran parte dei mods, venivano considerati «sporchi rocker di un rumoroso porto industriale».
Johnny Stuart, il leggendario rockers afferma riguardo ai mods:
“La moda mod cambiava come il tempo…per loro lo stile era tutto. Lo stile non è sotto la pressione del cambiamento per amore della novità; l’importante è piuttosto trovare uno stile che funziona.. La loro musica mancava di eccitazione e i loro scooter sembravano uno scherzo! Potevi avere più soddisfazione a passare cinque minuti con l’asciugacapelli.”
Malgrado l’odio o comunque la contrapposizione di stile tra mods e rockers, non sempre le opposizioni sono così radicali: tanto che tra le varie bande che sorgono in questo periodo, ci sono anche i “mockers” termine che deriva dall’unione dei termini mods e rockers. Sono gli stessi ragazzi che usano il look dei rockers per vestire, con gli stessi giubbotti ma in nailon, non in pelle, e il taglio di capelli dei mods. I mods e soprattutto i rockers sarebbero stati un fenomeno di costume marginale se non fossero stati entrambi protagonisti di alcuni fatti di cronaca che li rendono famosi, anche in Italia. Il primo tra questi è del 1964 quando un piccolo incidente tra mods e rockers scombussola una tranquilla cittadina balneare, Clacson e successivamente quelli di Bringhton. Questi non erano solo scontri ideologici, ma erano sopratutto generazione.

“Da un po’ di tempo non si assisteva in Inghilterra a un esplosione di teppismo giovanile di queste proporzioni: si credeva che allo sfogo disordinato della gioventù bastassero ora le urla dei Beatles."
Nel momento in cui i mods e i rockers cominciavano a crescere in un numero sempre più elevato, i media iniziarono a seguire le loro vicende- ­grazie alle prime foto su giornali e tabloid inglesi, che testimoniavano la massiccia presenza dei mods nei lunghi weekend di Brighton e agli strilli in prima pagina sulle risse con i rockers- esagerando anche delle loro azioni in modo da sviluppare nell’opinione pubblica un’ immagine di cattiva reputazione. La società etichettizzò queste bande come dei criminali per piccoli atti di devianza come ad esempio dormire sulla spiaggia oppure andando a tutta velocità sulle loro motociclette.
I persistenti servizi della stampa e dei media crearono così una divisione acuta tra i due gruppi, che prima di ciò non esisteva affatto alcuna rivalità. Attraverso la distorsione dei media e manipolazione dell'evento, la rivalità fu amplificata dal panico morale creato dal pubblico. Ovvero dei servizi esagerati riportati dai media in modo tale da dare un’immagine alquanto negativa fatta di teppisti e criminali, oltraggiando i loro comportamenti.
Le cattive reputazioni acquisite aggiunsero solamente rabbia e disprezzo nei mods e nei rockers nei confronti della società.
Loro malgrado, i rockers diventeranno un classico della rivolta giovanile, citato dal movimento punk degli anni Settanta, dall'heavy metal e dall'hard rock degli Ottanta. Nel decennio successivo, ispirano la collezione uomo, autunno-inverno '94-‘95, di Dolce&Gabbana dedicata a Marlon Brando e ai Rebels.

I rockers restano, soprattutto, il primo storico esempio di come la ribellione giovanile possa trasformarsi in straordinaria fonte di guadagni per l'industria che cavalca i consumi contestatori delle nuove generazioni.

Marlon Brando, icona rockers, in una scena del leggendario film "The Wild One".

SOTTOCULURE GIOVANILI: IDENTITA' DI

"Generalmente è difficile assegnare una scala di valori a una cosa così personale come lo stile. Forse il motivo sta tutto nel suo appeal.
Un’influenza totale, ma non cieca”.

All’inizio degli anni ’50 i giovani che vivono nei paesi più industrializzati sono alla ricerca della loro identità, ma siamo solo agli albori di un’ idea di abbigliamento tribale (vestirsi in un certo modo per manifestare la propria appartenenza ad un gruppo di simili), lontani dal Sessantotto e dall’idea di diffusione e normalizzazione dell’anticonformismo. Oltre all’affermarsi di una società di livello medio con una propria cultura, assistiamo anche al declassamento delle generazioni più anziane a favore dei giovani, che dimostrano di essere i più avidi di novità. Si sviluppa e si espande una cultura giovanile che investe sia il gusto che lo stile di vita. Negli anni di transizione tra il Cinquanta e il Sessanta, è proprio nella nazione più conservatrice dell’Europa, l’Inghilterra e Londra in particolare, che le esigenze di rinnovamento si manifestano in modo più acuto. Teddy boys, mods, rockers, skinheads, punks: si presentano come eroi e depositari della verità a cui i ‘normali’ e gli adulti non possono più attingere; allo stesso modo però appaiono vittime compiacenti dell’industria della moda e della musica, del mito del nuovo, delle contraddizioni che la società ‘sana’ rimuove proponendosi ogni volta come ‘società civile’. In questi gruppi, stile di vita alternativi spesso di tipo “teatrale”, si confondono con lo scontento, la protesta, il rifiuto a conciliarsi con la frustrante realtà vissuta perché troppo normale rispetto ad esigenze esistenziali psicologicamente pressanti. Negli anni cinquanta il modello dominante era quello del perbenismo borghese e chi si opponeva, come l’esistenzialismo in Francia e Beat generation in America, restava di fatto emarginato dal tessuto sociale. Ciò testimonia che a fianco di una cultura egemone, iniziavano a coesistere altre culture in disaccordo con quella ufficiale. Dai primi anni Sessanta i fenomeni di controcultura, che si diffonderanno in modo massiccio a partire dalla seconda metà del decennio, saranno presi in considerazione sia dalla moda e sia documentati da media e industria culturale. Si pensi al film The Wild One, che ha consacrato e consegnato nei decenni successivi, il mito del ragazzo di strada, del teppista in T-shirt, giubbotto in pelle nera e potente motocicletta. Ma il 1968 renderà pubblico la rivolta contro i valori uniformi del consumatore, assieme alla rabbia, al disgusto per le società di tipo consumistico ed al desiderio di riscoprire, nello stile di vita, nell’arte, nella musica e nell’abbigliamento, il passato e le tradizioni popolari. La nuova tendenza allora sarà quella di stabilire una sintonia materiale (come ad esempio i viaggi in India) ed ideale (infatti nella moda e nell’arte prevarrà l’uso di materiali rozzi, simboli pagani, etnici..) con gli aspetti arcaici e tradizionali dei popoli poveri. Saranno proprio gli hippies, i beatnik a non conformarsi ad alcuna regola. Nel ’68 l’antimoda ripudia l’artificio e lo sfarzo, riduce le differenze sessuali promovendo e diffondendo una divisa, una vera uniforme. L’eskimo, il giubbotto impermeabile con chiusura lampo e ampie tasche, abbinato all’inseparabile sciarpa portata con i lembi svolazzanti sul petto o sulla schiena, si eleva a simbolo di libertà e di avventura. I pantaloni di velluto a coste, i jeans, le Clarks, i famosissimi scarponcini in pelle scamosciata con suole in gomma, la crescita di capelli e barbe lasciate incolte, proponevano un’immagine trasandata e lontana dai canoni della morale corrente. Ma è proprio il modo di vestire dei giovani delle periferie, specialmente quelli dei quartieri popolari inglesi, lo strumento principale con cui i gruppi marginali esprimono, più o meno consapevolmente, il loro dissenso verso la standardizzazione della società. Attraverso lo stile, le subculture rivelano la propria identità anche negli aspetti più nascosti, rafforzandola e differenziandola rispetto alle altre. Questi stili nascono entro uno specifico contesto culturale e non devono essere letti semplicemente come forme di resistenza o soluzione magica alle tensioni sociali. Piuttosto le subculture definiscono il loro stile da una mescolanza, da un ibridazione delle immagini e della cultura materiale alle quali hanno accesso nello sforzo di costruire identità in grado di conferire loro una relativa autonomia, entro un ordine sociale fatti di classi, differenze generazionali, possibilità di lavoro ecc.. Lo stile di una sottocultura è strettamente legato alla sua identità e auto-consapevolezza: ”Il gruppo deve essere capace di riconoscere se stesso nei significati potenziali più o meno repressi di particolari oggetti simbolici.”

Lo stile in particolare provoca una doppia risposta: viene, di volta in volta, o celebrato dalle pagine di moda o ridicolizzato e attaccato da quegli articoli che definiscono le sottoculture come problemi sociali. Nella maggior parte dei casi sono proprio le innovazioni stilistiche che attraggono per prima l’attenzione dei media. Sia il comportamento deviante che l’identificazione di un abbigliamento distintivo (oppure la combinazione di tutte e due) possono scatenare il panico morale. Qualunque sia il tipo di inizio che dà il via alla diffusione del fenomeno, finisce inevitabilmente con la sua simultanea propagazione e la riduzione di tensione dello stile sottoculturale. Alla fine i mod, i punk, i glitter rocker e così via possono essere integrati, riportati in linea, collocati “nella mappa di una realtà sociale problematica” che riscuote il consenso di tutti. In effetti la creazione e la diffusione di nuovi stili sono legati in maniera inestricabile ai processi di produzione, pubblicizzazione e confezione, d’altra parte sia le innovazioni mod che quelle punk costituiscono un feed back per l’alta moda e la moda in genere. Ogni nuova sottocultura stabilisce infatti nuove tendenze, genera nuovi look, nuovi sound nei confronti delle rispettive industrie, ovvero della moda, della musica, del cinema, e via discorrendo. Come le opere d’arte suscitano interesse per il modo in cui esplorano e modificano i codici che utilizzano in apparenza, così gli stili sottoculturali vengono creati, modificati e alla fine sostituiti. Questo concetto può servire a spiegare la successione degli stili giovanili del dopoguerra come una serie di trasformazioni. All’inizio compaiono alcuni elementi base quale l’abbigliamento, la musica, il ballo, il gergo, che si manifestano mediante un sistema intero di polarizzazioni, come quelle delineate da Hebdige: “Mods versus Rockers, Punks versus Hippies, Teddy boys versus Punks, Skinheads versus Punks”. Gli stessi elementi base compiono un cammino parallelo a quello di altre trasformazioni “normali” come l’alta moda o le mode lanciate dai magazines. L’illusione innocente delle apparenze che va dai teddy boy ai punk, fino ad arrivare ai futuri gruppi di ‘devianti’, non fa altro che dare una ‘falsa identità’ al singolo individuo, rendendolo vittima del suo stesso stile, con conseguenti critiche di approvazioni o di dissenso. I vari movimenti, in quanto violazione simbolica dell’ordine sociale, attraggono e continueranno ad attirare attenzione, a provocare censure e ad agire da canale di significazione della sottocultura. Gli oggetti tratti dai contesti più sordidi trovano una giusta collocazione negli apparati sottoculturali della moda, come nel caso del punk dove le catene del cesso vengono drappeggiate in graziosi archi sul petto, dove sacchetti di plastica nera vengono usati come vestiti, e poi ancora, le spille di sicurezza, estrapolate dal loro contesto domestico, che vengono infilate come macabri ornamenti nelle guance, negli orecchi, nelle labbra. Oppure maschere da stupratore e indumenti di gomma, busti di cuoio e calze a rete, scarpe dai tacchi a punta di stiletto, insomma l’intero armamentario del bondage- le cinture, le cinghie e le catene- vengono tirate fuori dall’armadio feticista e dal cinema pornografico per essere poi in seguito collocate nelle strade. L’abbigliamento rappresenta quindi uno strumento per stabilire e mantenere delle affiliazioni al gruppo che spesso è associato a specifici elementi vestimentari, siano essi o i tessuti e le forme, o un abito per esempio di Armani. L’abbigliamento fornisce contemporaneamente criteri sia di inclusione e sia di esclusione: per mezzo dei vestiti si prendono delle distanze da certi gruppi mentre ci si identifica con degli altri . Per esempio il giovane punk grazie al suo stile prende le distanze dalla cultura tradizionale, conformandosi al tempo stesso allo stile della sottocultura punk, in modo da essere accettato da individui a lui simili. La moda articola, così, una tensione tra conformità e differenziazione: esprime i desideri opposti di adattamento e di esclusione. “La moda consiste nell’imitazione di un esempio dato, soddisfa la necessità di adattamento sociale…e al tempo stesso risponde con la stessa intensità al bisogno di differenziazione, alla tendenza verso la diversità, al desiderio di costante cambiamento e contrasto”. Negli ultimi tempi, specialmente dopo l’avvento del punk alla fine degli anni settanta, viviamo un periodo in cui esiste una straordinaria scelta stilistica, ci sono dozzine e dozzine di street styles diversi dai quali poter scegliere, delle sottoculture diverse, differenti tribù stilistiche. Ognuna di queste coinvolge un modo di vestire, un modo di vivere, un atteggiamento, una filosofia che vengono espressi in quel modo di essere. Tuttavia l’impero della moda si è frammentato in centinaia di stili diversi tutti in concorrenza fra di loro, definendo ‘style tribes’ i look associati a gruppi di riferimento come mods, rockers, punk.., esemplificati da differenti etichette di moda. Per esempio i mods, rappresentati da Jil Sander, sono un branco completamente diversi dai Sex Machines, rappresentati invece da Tom Ford . I Ribelli, come quelli riprodotti da Alexander McQueen , possono essere facilmente distinti dai Romantici di Jhon Galliano. E non si tratta più di una questione di stato socio-economico o di età. I membri della tribù status symbol, come Marc Jacobs per Louis Vuitton, non hanno né più nè meno denaro dei membri dell’avanguardia artistica di Rei Kawakubo per Commes des Garçons, ma hanno certamente valori e stili di vita diversi. In alcuni casi non si fa altro che un mixaggio in termini di stili: si prendono delle collane associate agli hippies, le si uniscono a una canottiera di gomma associata al feticismo e al post-style e si aggiungono un paio di pantaloni a zampa d’elefante stile glam degli anni settanta, insieme a un paio di stivali Doctor Martens che ci ricordano i punk e gli skinhead. Queste sono tutte sottoculture che, storicamente erano in contrasto tra di loro; ma che oggi, nello straordinario supermercato dello stile, tutti questi pezzi possono essere recuperati e portati sulle strade. Un fenomeno eccezionale che appartiene al nostro tempo, ci parla del modo in cui il futuro può prendere il passato e farlo proprio.


LEATHER STYLE: LO STILE DELLA PELLE.

La pelle, il primo indumento dell’uomo occupa un ruolo univoco nella storia della moda.
Le immagini più simboliche hanno associato la pelle dell’animale che avvolgeva il corpo dell’uomo primitivo agli abiti di Huate Couture tagliati con precisione simile a una pietra preziosa.
Che sia sofisticato o adattato crudamente, che sia fragile o indistruttibile, che sia da protezione o da seduzione l’abbigliamento in pelle ha assunto un significato simbolico di aggressività, di potere e di guerra. In particolare nel Novecento, gli indumenti in pelle hanno mantenuto questo simbolismo e sono stati adottati da gruppi nei quali l’attività lavorativa o la condizione esistenziale si svolgeva sulla strada, in viaggio: è stata senz’altro compagna indiscussa dei primi automobilisti e degli eroi dell’aviazione, degli autisti dei camion, dei trasportatori, ecc.
Inoltre il chiodo, il giubbotto di cuoio prodotto dalla società americana Schott, o il Perfecto, venduto dall’omonima casa a partire dal 1937, sono divenuti l’uniforma dei motociclisti, aggiungendovi quel simbolismo di virilità e di delinquenza.
Un ulteriore significato di aggressività e di guerra è contenuto negli indumenti di pelle delle divise militari, soprattutto quelle dei regimi totalitari: i lunghi cappotti neri di alcune uniformi e i lunghi stivali caratteristici delle divise nazi-fasciste e delle dittature sudamericane.
Il concetto di aggressività si addensa ulteriormente nell’abbigliamento utilizzato per le pratiche sessuali sado-masoschiste, divenendo una dura e potentissima corazza erotica nella quale la pelle e il colore nero, legato alla perversione e il rosso collegato al colore dell’inferno, simboleggiano l’immersione dei corpi e delle anime nel fondo oscuro della violenza.
Questo particolare non poteva non essere immortalato da grandi fotografi come il leggendario genio visionario della seduzione e della perversione di Helmut Newton, attraverso la rappresentazione di immagini trasgressive e provocanti lanciate sulle pagine delle riviste patinate di moda più esclusive. I motivi ispiratori per lui sono dunque sesso, mistero e provocazione. La trasgressione nelle atmosfere, nei temi, legati senz’altro anche all’immaginario erotico feticista: scarpe con tacchi a spillo, pelle, pellicce e frustini. Pertanto le foto di moda definiscono la nuova dimensione della sessualità femminile, essenzialmente aggressiva e ambigua.
Ma il bomberino, il giacchetto nero dei motociclisti, la giacca a frange stile western, i pantaloni bondage - con le stringhe che vanno da un ginocchio all’altro- i passamontagna con la chiusura zip, i guanti e le borsette, gli stivali lunghi fino alla coscia e quelli dal tacco stiletto hanno accompagnato tutti i più importanti avvenimenti del Ventesimo secolo. Basti ricordare le due Grandi Guerre, la rivoluzione sessuale, l’esplosione del rock’n’roll e l’emergere della gioventù come gruppo sociale. Teddy Boys, Mods, Rockers, Punks, quei processi culturali sviluppati in Gran Bretagna tra gli anni Cinquanta e Sessanta, della realtà urbana inglese e della cultura operaia.
Il modo di vestire dei giovani delle periferie e dei quartieri popolari inglesi, ieri come oggi, è lo strumento principale con cui i gruppi marginali esprimono, più o meno consapevolmente, il loro dissenso verso la società. Le sottoculture giovanili inglesi sono le reazioni all’asfissia causata da una cultura puritana. Sono il colore al posto del grigiore, l’energia vitale al posto del self-control, lo shock e il pop in sostituzione al conformismo e al tradizionale equilibrio aristocratico anglosassone.
Le sottoculture di cui stiamo parlando, oltre ad essere tutte in modo predominante tipiche della working class e rivoluzionarie nel modo di vestire e di fare, sono anche culture di grandi consumi simbolici. Nel caso invece degli skinhead e dei punk, certi tipi di consumo sono evidentemente rifiutati, ma è con lo stile, tramite i diversi rituali del consumo, che la sottocultura rileva immediatamente la propria “segreta” identità e comunica con i suoi significati proibiti.
Come una seconda pelle, un’identità rivelatrice che sfida le stagioni fino ad essere tramandata da generazione in generazione, la pelle funge da testimone a ogni età e a ogni epoca.
Da James Dean a Marlon Brando nel film “The wild one”; da Peter Fonda e Dennis Hooper in “Easy rider” a Jim Morrison e Iggy Pop che con i loro pantaloni in pelle, hanno causato ‘distruzioni emotive ’ tra i loro fans.
Queste sono tutte – o quasi - le immagini legate al mondo della pelle, che insieme a jeans ,T-shirt e giubbotti neri, è riuscita a imporsi come oggetto cult nel guardaroba contemporaneo.
In pratica viene presa in considerazione la “pelle” delle sottoculture giovanili, ma anche quella che circolava ufficialmente tra i grandi stilisti a partire dai verniciati, geometrici e spaziali anni Sessanta con Yves Saint Laurent, Courrèges, Paco Rabanne –definito il metallurgico, che sperimentava la pelle con altri materiali inusuali quali il metallo e il Rhodoid- Pierre Cardin e Emmanuel Ungaro. Ma in una società dominata dal consumo di immagini lucide e laccate, di oggetti, dove i valori che emergono sono i valori d’uso e di consumo, la gioventù ha iniziato ad esprimere i primi sintomi di un disagio che poi si è trasformato in protesta e ribellione.
La pelle di daino- il camoscio- fu la vera protagonista degli anni Settanta che si adatta molto bene alle linee morbide e fluide della moda campestre del flower power propagata dai giovani hippies in stile nature ed esotico riprendendo i costumi di terre orientali e primitive.
Dalla seconda metà degli anni Settanta in poi assistiamo al progressivo tramonto delle ideologie e delle utopie che avevano caratterizzato gli anni precedenti. E’ la fine dei grandi movimenti collettivi, si inizia a recuperare la dimensione individuale: si preannunciano la svolta degli anni Ottanta, quando di fatto si entra nel clima che vede il culto dell’immagine e dell’aspetto esteriore prendere il sopravvento sui fattori ideologici. E’ l’era dell’edonismo e delle apparenze, del materialismo e dell’effimero. In questo periodo di estensione creativa si affermano una schiera di stilisti di talento che pongono il corpo e la pelle alla base delle loro creazioni. Da Thierry Mugler a Azzedine Alaia, da Claude Montana a Gianni Versace e Jean Paul Gaultier: la pelle si presta ad ogni sperimentazione possibile seguendo le tendenze effimere della moda. Basti pensare a Jean Claude Jitroi che realizza un tipo di pelle particolare: la pelle stretch combinata al tessuto elastico.
Ma l’eccesso, la dismisura, l’accumulo, l’ecletismo, l’instabilità finiranno ben presto in una corrente del tutto opposta a quella degli anni “d’oro”. E’ la filosofia de “il poco è meglio” il nuovo grido degli anni del minimalismo e del decostruttivismo degli anni novanta. E’ l’era degli abiti finti poveri dell’avanguardia giapponese di Yoshij Yamamoto e Rei Katakubo; del riciclaggio del belga radical fashion Martin Margiela. La pelle in questo periodo non finisce nel vortice dell’austerità minimalista. Anzi diventa sempre di più un materiale ricercato, raffinato e prezioso.
Tuttavia negli ultimi decenni del Novecento la società e specialmente la moda, hanno fortemente modificato il significato aggressivo della pelle alleggerendola e trasformandola in un elemento di moda corrente. A volgere del nuovo millennio, nella nuova generazione di internet e della globalizzazione del gusto e delle apparenze, la pelle si presta come se fosse un tessuto, scolpita e tatuata per fondersi alla pelle del corpo umano.
In questa totale fusione di corpo e abito, la pelle si impone come non mai nella moda: un materiale camaleontico, che per metà protettivo e per metà ornamentale, continua ad essere sinonimo di opposizione e di trasgressione, contro le uniformi e la standardizzazione delle apparenze prestandosi a ogni tipo di metamorfosi.
In un momento in cui la ribellione ha trovato nuove forme di espressione, la pelle è diventata più catechizzata ma non ha mai perso il suo potere di seduzione nel nome dell’eleganza.